Ieri, 17 marzo 1861, l’Italia è una nazione sovrana. Oggi, 17 marzo 2013, l’Italia è nazione sovrana costellata di buchi neri, che intravede un governo di outsider all’orizzonte e cammina su una scia di sangue che da via Mancinelli, periferia dell’impero, arriva fino al cuore del Parlamento.

Sabato, domenica e lunedì, usurpando benevolmente il titolo di una commedia di Edoardo De Filippo, tre giorni di piccole rivoluzioni, anniversari e celebrazioni dove la conta dei morti e delle ingiustizie sembra giocare a rimpiattino e attorcigliarsi su se stessa in un perverso gioco di specchi. Mentre la storia si intreccia con la cronaca in una girandola di strane coincidenze, all’orizzonte appare un nuovo governo diverso. Laura Boldirni, presidente della Camera, fino a ieri impegnata con i rifugiati politici e gli ultimi della terra; Pietro Grasso, presidente del Senato, fino a ieri impegnato, in prima linea, nella lotta alla mafia, tanto da guadagnarsi il titolo di superprocuratore.

Due debuttanti, apparentemente avulsi dai quotidiani maneggi politici, emblemi del cambiamento auspicato da più parti per il ritorno alla buona politica. Voltandosi indietro, sui quasi 67 anni di questa Repubblica, vien da chiedersi se ci sia mai stata della buona politica. Compiacimento bipartisan delle deputate per la terza presidentessa dopo Nilde Iotti e Irene Pivetti, quando perfino in Liberia hanno un capo di Stato donna. Per noi è una grande conquista. Crisi di coscienza per gli impavidi e trasparentissimi grillini che decidono di trasgredire gli ordini del guru votando per Piero Grasso.

Coincidenza o segno del destino che due nomine così fuori dall’ordinario arrivino il giorno del 35esimo anniversario dell’eccidio di via Fani? Il 16 marzo 1978 un commando delle brigate rosse porta il suo attacco al cuore dello Stato, trucidando la scorta di Aldo Moro che, sequestrato, viene giustiziato, secondo il gergo brigatista, 55 giorni dopo. Sulla morte del presidente della Dc, secondo la figlia Maria Fida, pende ancora qualche segreto inconfessabile, come su molte delle tragiche vicende degli anni di piombo.

Coincidenza o segno del destino che Piero Grasso viene eletto durante la 18esima Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime mafia? Una manifestazione che ha radunato circa 150.000 persone della bella società civile sotto le insegne di Libera e Avviso Pubblico, in una Firenze che si appresta a ricordare il ventennale della strage di via dei Georgofili, quando un’autobomba di cosa nostra fece 5 morti, tra cui una bimba di soli 9 anni e 48 feriti.  “La mafia è una peste, un cancro che si espande per tutto il Paese”, ha tuonato Don Ciotti, in marcia dalla Fortezza da Basso allo stadio Franchi, “dobbiamo unire ciò che le mafie e i potenti vogliono dividere. Per combatterle non basta commuoversi, bisogna muoversi”. Servono leggi più severe contro la corruzione, perché è da lì che parte la metastasi: 900 tra giornalisti, magistrati, politici, sindacalisti, imprenditori, poliziotti e semplici cittadini ingoiati dalla piovra.

Più che discorsi di insediamento, quelli pronunciati dai due neopresidenti sembrano bollettini di guerra: l’omaggio ad Aldo Moro e ai suoi uomini, la violenza contro le donne da stroncare, il ricordo delle vittime delle mafie. Un buio perenne in cui si agita questa Repubblica, fin dal primo vagito, tanto che Grasso, ancora una volta  voce fuori dal coro, invoca l’istituzione di una commissione d’inchiesta per le stragi irrisolte, tutte, senza eccezioni. Ed ecco che si riaffaccia il presidente della Dc, culmine di quegli anni di piombo, a braccetto della strategia della tensione, nata nel 1969, in piazza Fontana. Se si abolisse il Segreto di Stato? “E’ una battaglia civile, noi ci siamo”, sottolinea Maria Iannucci, sorella di Lorenzo, detto Iaio, assassinato insieme al suo amico Fausto 2 giorni dopo il rapimento di Moro, il 18 marzo 1978.

Dal cuore del Parlamento alla periferia dell’impero, una sera di quasi primavera. Qualcuno ha scomodato dei sicari della Banda della Magliana per freddare i due 18enni milanesi, in via Mancinelli, al Casoretto. Militanti del Leoncavallo, stavano lavorando a un libro bianco sulla droga. Prendevano appunti con il registratore. Dalla casa di Fausto, in via Monte Nevoso, dopo la sua morte, scompaiono i nastri. All’ultimo piano del suo stabile c’erano i servizi segreti. Dall’altro lato della strada, il covo delle Br dove verrà ritrovato, anni dopo, il memoriale di Aldo Moro. Faceva caldo, le finestre erano quasi sempre aperte in casa Tinelli. Hanno visto o sentito qualcosa? Per precauzione meglio eliminarli?

“Due ragazzi come tanti altri, che amavano la vita e non hanno avuto giustizia”, racconta Maria che, dopo 35 anni, ha atto pace con quella tragica notte, con un modo diverso di fare memoria: ricordare Fausto e Iaio impegnandosi culturalmente e socialmente sul territorio, come avrebbero fatto loro. “Sono rimasti nel cuore delle persone e a me va bene così” anche se “sono arrabbiata perché non ho avuto giustizia ma continuando a rivendicare semini violenza”.

Se si fossero fermati a riflettere su queste parole, forse i 5.000 dei centri sociali venuti da tutta Italia e da mezza Europa per omaggiare Dax, Davide Cesare, accoltellato a morte la notte tra il 16 e il 17 marzo 2003 da un padre e 2 figli, 28 e 17 anni, simpatizzanti di estrema destra, non avrebbero devastato Milano, ieri pomeriggio. Hanno sfilato da piazza XXIV maggio a piazza Gabrio Rosa, tagliando in due la città.

Non tutti i manifestanti, ovviamente, si sono prodotti nelle performance di basso livello che hanno messo sottosopra il capoluogo meneghino. In via Brioschi, luogo dell’omicidio hanno posto una corona di fiori; fumogeni e petardi contro il commissariato di via Tabacchi a cui, la polizia, ha risposto con un paio di lacrimogeni; sassi e vernice per la discoteca LimeLight di via Castelbarco, rea di ospitare serate di estrema destra; ‘Diserta allievo’ e il portoncino sfondato a calci alla scuola militare Teulié in corso Italia; le vetrine di 10 banche infrante in corso di Porta Romana; per placarsi all’arrivo al Corvetto. La madre di Dax, Rosa Piro, ha sempre descritto il figlio come un giovane padre di famiglia che mal sopportava le ingiustizie.

Coincidenza o segno del destino che, alla vigilia del 152esimo anniversario dell’Unità d’Italia, un manipolo di ragazzini metta a ferro e fuoco la capitale morale dell’impero?

(Foto di Silvia Ianeselli)