Quanti anni saranno che ci ammorbano con la storia della fine del mondo prevista per il 21 dicembre 2012? Almeno cinque. Forse di più. Di certo, abbastanza perché uno finisca per augurarsi che almeno stavolta ci prendano. Io ho 33 anni e ho già dovuto sorbirmi il fallimento della profezia di Nostradamus nel 1999, di Harold Camping nel 2011 e di mezzo c’è stato pure quella bufala del Millennium Bug nel 2000. Niente da fare. Ora ci sono queste sagome dei Maya. La formula è più o meno sempre lo stesso: un oscuro vaticinio, qualche calcolo astronomico incomprensibile ai più, un paio di serie numeriche coincidenti, una spruzzata di simbolismo e il gioco è fatto. Anzi, no, c’è di più: quella dei Maya è la prima profezia virale, che si è autoalimentata soprattutto grazie al web. Millenarismo 2.0: se ne sentiva la mancanza.

Da Gilgamesh ad Armageddon – e chiedo perdono ai sumeri – non c’è nulla che stimoli la fantasia come il tòpos della fine del mondo. E come già accaduto in passato, la paranoia collettiva da Maya ha portato all’ennesima primavera dei catastrophe movies. Cialtronate come 2012 e Codice Genesi, ovviamente, ma anche insospettabili capolavori. Tre, per la precisione. Ne avrei scelti quattro, giusto per sbarazzarmi di quel numero dal sapore così pericolosamente biblico, ma non avevo abbastanza spazio.

WALL•E (2008)

La Terra è un mondo morto, soffocato dai rifiuti e dall’inquinamento, e dimenticato dai suoi vecchi abitanti, che da secoli vivono, grassi come bruchi, a bordo di un’enorme astronave governata da avanzatissimi robot. WALL•E, piccolo robot a energia a solare, è l’unico abitante rimasto e prosegue l’inutile impartitogli secoli prima: stoccare i rifiuti. Un giorno, la sua esistenza triste, solitaria y final viene sconvolta dall’arrivo di EVE, una robot-sonda che la nave-madre ha mandato sulla Terra alla ricerca di forme di vita. Con questa struggente favola ecologica, la Disney-Pixar raggiunge uno dei massimi vertici della sua produzione, costruendo un film stupefacente a livello estetico (geniali le “imperfezioni” alla regia, come se le scene fossero riprese da un operatore umano) e popolato da personaggi perfettamente tratteggiati, nonostante sia di fatto un film muto. Azzeccate quanto eleganti le numerose citazioni dal mondo della sci-fi classica – da E.T. a 2001, a Matrix, e molte altre – molto meno le marchette ad Apple. I deliziosi titoli di coda riassumono perfettamente il tema dell’opera: la fine non è mai la fine.

The Road (2009)

Un uomo e un bambino che vagano sulla crosta di un pianeta che una catastrofe senza nome – o forse troppo tremenda perché sia utile ricordarlo – ha reso un grumo di roccia gelida, anch’esso abbandonato da un sole che gli gira intorno “come una madre in lutto con una lanterna in mano”. Cercano di raggiungere la costa, dove forse esiste ancora qualche disperata avanguardia di umanità, ma sul loro cammino dovranno nascondersi come topi dallo sguardo famelico di torme di ladroni inselvatichiti e cannibali. L’australiano John Hillcoat, in questi giorni al cinema col suo nuovo Lawless, porta sul grande schermo la prosa maestosa di Cormac McCarthy, forse il più grande scrittore vivente, che proprio grazie a “La Strada” si è aggiudicato il Pulizter. Un esperimento coraggioso, forse non del tutto riuscito dal punto di vista della sceneggiatura (per ragioni di botteghino, troppo spazio concesso al personaggio femminile di Charlize Theron, nel libro quasi del tutto assente, e troppo poco all’interiorità dell’Uomo), ma visivamente splendido e di grande impatto emotivo.

Melancholia (2011)

Claire ha organizzato una sfarzosa festa nuziale per la sorella Justine, ma la sposa, durante le celebrazioni, inizia a comportarsi in maniera sempre più strana, fino a perdersi del tutto dentro se stessa. Sullo sfondo di un matrimonio in disfacimento nel momento esatto della sua creazione e di un rapporto complesso tra le due sorelle, il pianeta Melancholia si sta dirigendo verso la Terra, come un gemello nato morto e tornato per vendicarsi. Mutuando dal Malick di The Tree of Life la tecnica del frattale – l’immensamente grande che assomiglia all’immensamente piccolo – il genio di Von Trier ha fatto viaggiare in parallelo la cronaca della morte del mondo (l’immensamente grande) con quella della morte dell’individuo (l’immensamente piccolo), entrambe assassinate dal medesimo killer, la malinconia. Melodramma gelido, spietato, asimmetrico, a tratti incoerente nella struttura, ma stilisticamente e filosoficamente grandioso. Apocalisse dentro.