Ho sempre inteso l’anniversario della Liberazione come un invito a proiettarsi in avanti. Oltre, si capisce, che una giornata per ricordare il sacrificio di chi ha versato il sangue per potermi consentire di essere qui, oggi, a scrivere queste righe in libertà. Insomma, il vincolo morale che mi lega al passato, l’impegno annuale, il contenitore di senso, è quello di liberarmi e resistere alle grandi e piccole miserie della vita quotidiana. Combattere l’indifferenza e incarnare, col proprio comportamento e con le proprie scelte, quei modelli di cui questo Paese tanto sente la mancanza.

Non bisogna ovviamente esagerare con le traslazioni metaforiche. I principi da difendere restano gli stessi, oggi più che mai: la libertà, la democrazia, i diritti umani, l’opposizione a tutti i fascismi che così zelanti rovistano oggi nell’orrore del mondo per alimentare un ologramma proveniente dal passato più buio. Su questo non si passa: lo dobbiamo ai nostri nonni e bisnonni, prima che a noi stessi e ai nostri figli.

Tuttavia, come cercavo di spiegare, abbiamo anche la fortuna di poterci dedicare a un lavoro in parte diverso. Cioè un confronto con noi stessi e con le nostre responsabilità per costruire una società migliore. Detesto generalizzare, ma numeri e tendenze ci raffigurano come una comunità senza spina dorsale, ripiegata su se stessa, pavida e abituata a supplicare ciò che le spetterebbe e a pretendere ciò a cui non avrebbe diritto. Siamo insomma un autentico cortocircuito e lo stato di salute dell’opinione pubblica non lascia intravedere nulla di buono dietro l’angolo.

Leggiamo poco, siamo tecnologicamente analfabeti, continuiamo a farci guidare dalla superficialità della televisione, detestiamo quei pochi che hanno il coraggio di alzarsi in piedi e denunciare come vanno davvero le cose. Siamo un popolo sdraiato e quei caratteri che decenni fa ci rendevano adorabili (l’arte, la cultura, il paesaggio, l’accoglienza, il calore, la simpatia, l’abilità di arrangiarsi e di scovare soluzioni sempre nuove e a volte geniali) sono ormai trasfigurati nei loro opposti. In altre parole, dobbiamo deciderci a cambiare pelle. E a liberarci da noi stessi. O meglio, da alcuni osceni caratteri incancreniti che ci condurranno all’anonimato. E non fanno onore a chi è venuto prima di noi.

Corruttibilità
Tutte le classifiche più attendibili, compresa quella stilata da Transparency International, ci dipingono come un Paese marcio. Al 61esimo posto su 168 fra quelli presi in considerazione in fatto di corruzione. Una piccola inversione di tendenza sembra essersi registrata, è vero, ma sull’ingrediente culturale bisognerà lavorarci per almeno un paio di generazioni. Dalla politica alla strada e viceversa, il clima di compromissione del senso civico e del dovere ci ha reso tutti corruttibili, in un senso o nell’altro. L’elemento centrale di un fenomeno che c’investe a ogni livello, dagli appalti di Stato all’idraulico senza fattura, cresce in modo particolare nelle amministrazioni locali. Dove ciò che ci spetta passa spesso il filtro della malapolitica e finisce per esserci distribuito male, parzialmente e a recare il nome e il cognome di chi se ne prende il merito. Dal diritto al favore. Liberiamocene.

Senso di superiorità
Al netto delle generalizzazioni, e anche quando facciamo autocritica, manteniamo in fondo un’incomprensibile spocchia figlia di tanti tasselli diversi. Conosciamo poco il mondo e le sue vicende, d’altronde parliamo pochissimo le lingue (secondo Eurostat solo il 16% ne conosce due contro il 21% della media europea e il 40% si ferma all’italiano) e il dibattito politico tende a schiacciarci sulle minuzie interne. Ritagli di surrealismo, senza respiro e senza progetto. Eppure ci sentiamo migliori, superiori, più fortunati. Ci basta andare al mare la domenica mattina e siamo contenti, pure se lo stabilimento è in mano ai peggiori clan mafiosi, al bar non ci fanno lo scontrino e a dieci metri c’è un mucchio d’Eternit. Ci sentiamo superiori agli altri popoli europei, lo si percepisce per esempio nello scarso rispetto che dimostriamo quando viaggiamo, per un malinteso senso di furbizia che ha finito per fregarci il futuro. Siamo più furbi noi che non paghiamo le tasse, viviamo su territori avvelenati dalla criminalità (che abbiamo visto e mai denunciato), attacchiamo i politici salvo replicarne i medesimi schemi parassitari a ogni occasione, o altre comunità che hanno scelto di rispettare le regole con fermezza e di chiedere con altrettanta decisione che chi sbaglia paga senza sconti? Liberiamocene.

Provincialismo
Immediatamente collegato al punto precedente c’è il nostro attaccamento alle culture iperlocali. Ai quartieri, alle città, ai paesi. Un fatto straordinario e pittoresco se non fosse assolutizzante. Se non c’impedisse cioè di sviluppare un carattere non già internazionale, troppa grazia, ma almeno un autentico respiro europeo nella visione dei problemi. E delle loro possibili soluzioni. Esclusa una manciata di grandi città rimaniamo di fatto un Paese di provincia. E questo è stato per anni un carattere vincente. Adesso, però, rischia di trasformarsi in una palude. Liberiamocene. Almeno un po’.

“Tifosismo”
L’ultimo referendum sulle trivelle è tornato a darcene una prova stucchevole: non siamo in grado di confrontarci nel merito. Parte delle ragioni proviene dal metodo fallimentare: non abbiamo grandi alternative all’insulto fra le curve di uno stadio. Ecco: gli stadi, per giunta sgangherati e mezzi vuoti, rappresentano un buon modello della società italiana, almeno nella sua maggioranza. Il mondo fuori non esiste, vale solo ciò che accade lì dentro e l’unica versione corretta è quella dalla nostra parte del campo. Fine. I social network hanno piazzato la ciliegina sulla torta, lo dimostrano un paio di recenti studi, perché tendono a incastrarci in bolle pseudoinformative alimentate dagli contatti che più o meno la pensano come noi e tendono a condividere contenuti dal tenore simile. Tutto il contrario di ciò che ci occorrerebbe per sviluppare gli strumenti necessari a intavolare un confronto serio e maturo. Amiamo schierarci perché affidandoci ai pregiudizi culturali e morali, mutilando il senso critico che d’altronde non abbiamo mai allenato, fatichiamo di meno. Liberiamocene.

Pressappochismo
Una volta eravamo il Paese del lusso, del “ben fatto”, del design, dell’artigianato. Oggi siamo incastrati in una transizione a basso valore aggiunto almeno nella sua gran parte, con un tessuto industriale ansimante e un mondo dei servizi non ancora maturo e già in ritardo, oltre che falcidiato dagli ostacoli di cui ho parlato prima, digital divide su tutti. Il risultato, dall’ufficio pubblico al dipendente privato, è aver smarrito l’amore per un lavoro sempre più precario e nevrotico. È preferire la quantità alla qualità, è aver svenduto le nostre capacità, è esserci abbandonati al tutto dovuto mentre ci casca in testa l’intonaco. Ma è anche il moribondo senso progettuale che ci unisce: non ce ne frega nulla l’uno dell’altro, siamo un Paese tenuto insieme con lo scotch, con buona pace di chi è morto per cucirlo forte e resistente. Per questo i servizi che ci offriamo l’un l’altro, siano gratuiti o a pagamento, pubblici o privati, fanno schifo. Nella migliore delle ipotesi ci avviciniamo a ciò che ci è stato chiesto o a ciò che dovremmo fare, nulla di più. Ci siamo disabituati a raggiungere l’obiettivo, qualsiasi esso sia, in modo completo e soddisfacente. La catena di trasmissione si è interrotta: il singolo non partecipa più ad alcun disegno collettivo. Ciascuno fa da solo. Spesso male. Coprendo le proprie pochezze con le malefatte di chi sta sopra e i disservizi di chi sta sotto. E piegando la schiena quando dovrebbe raddrizzarla. Liberiamocene.