“Ho rinunciato a tutto nella mia vita, Cirillo, a tutto: a essere moglie, amante, madre, ad avere una famiglia… per servire la mia libertà di pensiero. Non ho mai tradito e non tradirò mai coloro che contano su di me”: queste nobili parole sono una bandiera per chi considera la libertà di pensiero un valore a cui dover dedicare l’intera esistenza.

Era il marzo 415 quando la filosofa e scienziata alessandrina Ipazia venne lapidata da una folla di fanatici cristiani. Nata ad Alessandria d’Egitto intorno al 370 d.C., figlia del matematico Teone, fu barbaramente assassinata nel marzo del 415, vittima del fondamentalismo religioso che vedeva in lei una nemica del cristianesimo. La sua storia merita di entrare nel novero delle donne che si sono sacrificate per altre donne e per dare dignità a tutti. Ipazia rappresenta il simbolo dell’amore per la verità, per la ragione, per la scienza che aveva fatto grande la civiltà ellenica. Con il suo sacrificio comincia quel lungo periodo oscuro in cui il fondamentalismo religioso tenta di soffocare la ragione. Ma il fondamentalismo non è morto. Ancora oggi si uccide e ci si fa uccidere in nome della religione. Anche nei nostri civili e materialistici paesi industrializzati avvengono assurde manifestazioni di oscurantismo. Non sembra poi aver compiuto alcun passo in avanti negli ultimi 2000 anni se si considera la situazione di paesi come Nigeria, Arabia Saudita, Sudan, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Afghanistan e Yemen, dove la lapidazione è una pena ancora praticata. Nel 2004 alcune esecuzioni previste in Nigeria sono state fermate grazie alla pressione internazionale, mentre In Iran la pena è stata abolita solo nel 2012. La lapidazione, lungi dall’essere un’usanza del passato è in molti paesi una pena nuova, introdotta dai governi fondamentalisti. In altri paesi – come ad esempio il Bangladesh o il Pakistan – governi poco interessati a proteggere i diritti dei propri cittadini permettono che “tribunali tradizionali” amministrino la giustizia condannando a morte per lapidazione o con altre pene crudeli come l’amputazione a la fustigazione.

Affrontare il tema della condizione della donna nel mondo è sempre un’ardua impresa, se poi si cerca di delineare i caratteri distintivi della condizione femminile nei paesi in via di sviluppo come l’Africa, bisogna prestare molta attenzione alla realtà frammentata e diversificata: il continente africano è vasto e difforme risulta essere il suo approccio alla condizione femminile. Sicuramente le condizioni più estreme si registrano in Niger dove ancora oggi viene praticata la “lapidazione femminile” come condanna a morte per aver commesso adulterio. Spesso si tratta in realtà di bambine, poiché ci si sposa già all’età di 12 anni, che abbandonate dai mariti subiscono delle violenze ed il prezzo che pagano, quando si ritrovano a denunciare dei maltrattamenti, è proprio la lapidazione. In Niger grave è la condizione delle bambine, particolarmente sfruttate nell’ambito lavorativo, mentre in Angola le donne mettono ogni giorno a rischio la propria vita andando a coltivare campi ancora disseminati di mine. Ciò che però colpisce maggiormente è una tradizione, portata avanti in Somalia, che segna in modo brutale la differenza tra uomo e donna procurando a quest’ultima gravissime conseguenze fisiche. All’età di otto anni le bambine subiscono, sotto forma di rituale, un intervento chirurgico che prevede una mutilazione degli organi genitali: l’infibulazione totale, praticata come rituale di iniziazione “necessario” per accedere al matrimonio che marca il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. In generale Africa la donna viene considerata in rapporto al carico di lavoro ed alla capacità procreativa e viene riconosciuta a livello sociale solo dopo aver avuto il primo figlio, mentre solo dopo la menopausa acquista autorità all’interno della famiglia ed in qualsiasi parte del paese domina il patriarcato e la donna risulta vivere in una condizione di assoggettamento nei confronti dell’uomo.

In Afghanistan, con la salita al potere dei fondamentalisti islamici nel 1994, il diritto delle donne di partecipare pienamente alla vita sociale, economica, culturale e politica del Paese è stato drasticamente ridotto e, in seguito, sommariamente negato dai talebani. Sotto di essi le donne sono state totalmente private del diritto all’istruzione, del diritto al lavoro, del diritto di spostarsi, del diritto alla salute (nessuna donna può essere visitata da un medico di sesso maschile e le donne non possono essere operate da gruppi chirurgici di cui faccia parte un uomo), del diritto a ricorrere alla legge (la testimonianza di una donna vale la metà di quella di un uomo, una donna non può far ricorso a un tribunale direttamente, ma solo attraverso un membro scelto della sua famiglia), insomma, del diritto di essere degli esseri umani a tutti gli effetti (non possono mostrare il loro viso in pubblico agli uomini, indossare vestiti dai colori sgargianti o truccarsi, non possono portare scarpe con tacchi poiché, con il loro suono, potrebbero sedurre gli uomini, non possono viaggiare in veicoli privati insieme a passeggeri di sesso maschile, non hanno il diritto di parlare a voce alta quando sono in pubblico, né ridere forte per non provocare gli uomini, ecc.).

E tutto ciò continua da accadere anche se la Libertà di pensiero, di coscienza e di religione è una delle libertà fondamentali più frequentemente citate, quando si parla di diritti civili e politici… (e poi una di quelle più frequentemente violate se ci fermiamo ad osservare la realtà che ci circonda). Trova il suo fondamento nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che afferma:

Articolo 18 – Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.

La stessa norma è stata poi oggetto di un lungo commento del Comitato diritti umani, nella sua Raccomandazione generale 28 sull’eguaglianza fra i sessi.

Commento del Comitato diritti umani: Gli stati parte devono adottare misure per assicurare che la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, e la libertà di adottare la religione di propria scelta – compresa la libertà di cambiare religione o credo e di esprimere la propria religione o credo – siano garantite e tutelate di diritto e di fatto, sia per gli uomini e che per le donne, alle stesse condizioni e senza discriminazione alcuna. Queste libertà non devono essere sottoposte ad alcuna restrizione al di fuori di quelle indicate dal Patto stesso, né possono subire vincoli quali quelli rappresentati da norme che richiedano l’autorizzazione di soggetti terzi, o dall’interferenza di padri, mariti, fratelli, o altri. L’articolo 18 non può essere invocato per giustificare la discriminazione contro le donne in nome della libertà di pensiero, di coscienza e di religione Gli stati parte devono fornire informazioni sulla condizione delle donne in materia di libertà di pensiero, di coscienza e di religione, e indicare quali passi sono stati compiuti o si intenda compiere sia per eliminare e prevenire le violazioni di tali libertà per ciò che riguarda le donne, sia per tutelare i diritti di queste ultime da ogni discriminazione. Possono costituire violazioni dell’articolo 18 anche le norme che impongono alle donne un determinato tipo di abbigliamento da indossare in pubblico, quando alle donne vengano imposte costrizioni in materia di abbigliamento che contraddicono la loro religione o la loro libertà di espressione.

La questione della libertà di pensiero femminile, e di azione, in rapporto all’autorità politica e religiosa resta quindi scabrosa. Forse è proprio per questo che la figura di Ipazia, dopo 2000 anni,  ha continuato ad apparire nel teatro e nel romanzo dell’Otto e del Novecento: perché facilmente le calzano i tratti della martire eroica, tanto più martire quanto più la sua autorevolezza intellettuale è indiscussa. Marcel Proust (All’ombra delle fanciulle in fiore), Umberto Eco (Baudolino), Hugo Pratt in un album di Corto Maltese le rendono omaggio, mentre prendono il suo nome associazioni di femministe, filosofe e scienziate. Nel XXI sec. l’autonomia femminile resta contrastata dalla medesima autorità, e Ipazia non cessa di ispirare saggi, romanzi e polemiche come quelle attorno al film, del regista spagnolo Alejandro Amenàbar, Agorà.