Il sostantivo abate  (o, più raramente,  abbate) deriva dal latino ecclesiastico abbas, a sua volta dall’aramaico abbā = ‘padre’. Con il termine si indicava quindi originariamente un maestro e padre spirituale alla cui direzione si affidava chi intendeva dedicarsi a vita ascetica. Sempre in passato, abate costituiva inoltre il titolo attribuito a semplici sacerdoti che si erano distinti per meriti culturali; a chiunque godesse di un beneficio ecclesiastico, pur avendo ricevuto i soli ordini minori; nonché a monaci di venerabile età o di eminente santità, pur non comportando l’ esercizio di alcuna autorità.

Per quanto riguarda invece i giorni nostri, con il termine si è soliti indicare il superiore di un’ abbazia o di un monastero, la cui autorità e giurisdizione è regolata dalle costituzioni dell’ordine cui appartiene e dalle norme della S. Sede; ma che tuttavia determina interamente la vita materiale e spirituale della comunità religiosa affidata alla sua direzione. Più nello specifico, il termine abate inizia a diffondersi in Occidente quando, all’inizio del VI secolo, san Benedetto da Norcia riorganizza il monachesimo dettando la nota Regula monachorum, o Regola benedettina, ovvero un insieme di norme finalizzate a regolare la vita dei monaci appartenenti all’ordine. La concezione benedettina della comunità monastica era quella di una famiglia spirituale, in cui all’abate, come a qualsiasi padre di famiglia, spettava l’incombenza di indirizzare e guidare coloro che erano affidati alle sue cure: “Considerando che è stato chiamato in Suo nome, nel monastero rappresenta la persona di Cristo” scrive San Benedetto a proposito della figura dell’ abate.