Amnesty International che da oltre 50 anni opera nel mondo per la difesa dei diritti umani torna a parlare di uno dei temi più delicati sulla giustizia penale ovvero quello della pena di morte. Una condanna che secondo l’analisi dell’associazione non governativa  ha una tendenza globale verso l’abolizione ma che in alcuni paesi rimane ancora fuori controllo e presenta deludenti passi indietro, con principale accanimento nei paesi dell’Asia: “Nel 2012 - spiega Audrey Gaughran responsabile del rapporto  -  i primi cinque paesi in cui sono avvenute esecuzioni sono Cina, Iran, Iraq, Arabia Saudita e Stati Uniti. I metodi di esecuzione hanno compreso l’impiccagione, la decapitazione, la fucilazione e l’iniezione letale”. 

Il rapporto stesso ha evidenziato che nel 2012 ci sono state esecuzioni solo in 21 paesi: lo stesso numero del 2011, ma in calo rispetto a un decennio prima. Amnesty International è venuta a conoscenza di 682 esecuzioni e di almeno 1722 sentenze capitali, ma questi numeri non includono le migliaia di esecuzioni che Amnesty International ritiene abbiano avuto luogo in Cina, dove i dati sulla pena di morte sono mantenuti segreti.”Lo scorso anno abbiamo assistito nell’area AsiaPacifico a alcune deludenti battute d’arresto: India, Giappone e Pakistan che hanno ripreso le esecuzioni dopo un lungo periodo“.

I crimini per i quali nel 2012 sono state eseguite condanne a morte hanno incluso anche reati non violenti legati alla droga e di natura economica, ma anche l’apostasia, la blasfemia e l’adulterio, che non dovrebbero assolutamente essere considerati reati.

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