E’ il 26 ottobre 1944 quando, a seguito della caduta del Fascismo, con il decreto legislativo n.457, l’ Ente italiano audizioni radiofoniche (EIAR) assume la nuova denominazione di Radio Audizioni Italiane (RAI), passando sotto la gestione amministrativa del Ministero delle Poste e Telecomunicazioni al posto di quello della Cultura Popolare.

Nel 1945 l’ assemblea degli azionisti, riunitasi a Roma, elegge un nuovo Consiglio d’ Amministrazione e Carlo Arturo Jemolo diviene il primo presidente Rai. Due anni dopo, nasce la Commissione parlamentare di vigilanza, organismo incaricato di vigilare sull’ indipendenza politica e l’ obiettività informativa delle radiodiffusioni. Rimettere in piedi l’ azienda sul piano economico è l’obiettivo primario di quegli anni: occorre ricostruire la rete tecnica distrutta durante gli anni di guerra, così il canone RAI sale dalle 82 lire degli anni di guerra alle 1000 lire del ’47.

Conclusa la ricostruzione postbellica, il periodo compreso tra il 1948 e il 1954 può essere considerato l’ epoca d’oro della radio. Il 1952, in particolare, è segnato dal rinnovo della concessione in regime di monopolio con durata ventennale e dal debutto del primo telegiornale sperimentale, trasmesso sul Primo Programma alle ore 21 del 10 settembre. L’ inizio delle regolari trasmissioni TV, avvenuta il 3 gennaio 1954, porta infine al cambio di nome da Radio Audizioni Italiane  a RAI Radiotelevisione Italiana.

Negli anni successivi l’ offerta televisiva continua a crescere, arricchendosi di programmi culturali, quiz e sceneggiati, annunciati dalle cosiddette “signorine buonasera”. Nel 1957 con Carosello  viene introdotta la pubblicità e il 4 novembre 1961 (anno delle celebrazioni del centenario dell’ Unità d’ Italia) vede la luce anche il secondo canale televisivo, così che nel ’64 gli abbonamenti televisivi superano quelli della radio, raggiungendo quota  6 milioni l’ anno successivo.