Il 19 agosto 2014 ricorrono 60 anni dalla morte di Alcide De Gasperi. Oggi questo nome potrebbe risultare sconosciuto a molti. Ogni tanto qualche personaggio politico odierno lo invoca, quasi sempre a sproposito. Eppure, senza mezzi termini, nella galleria degli uomini più importanti per l’Italia moderna questa figura occupa uno dei primi posti. Dopo Cavour e Garibaldi, arriva certamente De Gasperi. Se i primi due hanno fatto l’Italia, il terzo l’ha ricostruita. Nessuno che sia intellettualmente onesto può negare questo incontrovertibile dato di fatto. Se l’Italia dopo la seconda guerra mondiale è stata in grado di rinascere dalle proprie rovine e di non cadere nelle fauci dell’Unione Sovietica di Stalin, è merito quasi interamente suo.

Alcide De Gasperi nacque il 3 aprile 1881 a Pieve Tesino, in provincia di Trento. A quell’epoca il Trentino e l’Alto Adige appartenevano all’impero austro-ungarico di Francesco Giuseppe. Il padre Amedeo era un semplice impiegato della gendarmeria; riuscì tuttavia a mandare il giovane Alcide al ginnasio vescovile di Trento, dove egli conseguì la maturità classica, poi all’università di Vienna. Barcamenandosi tra profonde ristrettezze economiche, Alcide riuscì a laurearsi in filosofia nel 1905. Ma nel frattempo era maturata in lui la fiamma della politica attiva. I cardini, i valori fondamentali che avrebbe seguito per tutta la propria vita erano già solidi: la fede religiosa e l’indipendenza dell’Italia.

Negli anni successivi il giovane Alcide cominciò a scrivere sui giornali italiani trentini e acquisì una certa fama, al punto da farsi eleggere deputato al Parlamento di Vienna, dove agì sempre in difesa dell’italianità della propria regione, anche durante la prima guerra mondiale. Dopo il conflitto, De Gasperi proseguì l’attività politica ed entrò nel nascente cattolico Partito popolare, fondato da don Luigi Sturzo, diventandone poi segretario. Fu eletto deputato anche al Parlamento di Roma.

Il regime fascista di Benito Mussolini usò sempre mano pesante contro De Gasperi, ritenuto molto pericoloso. Egli venne arrestato la prima volta nel 1926, dopo l’attentato a Mussolini del 31 ottobre a Bologna. Fu interrogato e rilasciato dopo un paio di giorni. Nel marzo del 1927 venne arrestato insieme alla moglie Francesca Romani alla stazione di Firenze con un pretesto burocratico. Lo condannarono a quattro anni di prigione. Gli fu concessa la grazia nel luglio 1928. Ma De Gasperi rimase sempre un sorvegliato speciale. Escluso da ogni attività e con tre bambine da mantenere, trovò un lavoro alla biblioteca vaticana.

Arrivò la seconda guerra mondiale. Dopo la caduta del fascismo il 25 luglio 1943, l’armistizio con gli anglo-americani dell’8 settembre e la conseguente invasione nazista dell’Italia, De Gasperi entrò in clandestinità totale in Vaticano, dove diventò uno dei principali esponenti del Comitato di liberazione nazionale (Cln). Il 4 giugno 1944 i nazisti abbandonarono Roma, inseguiti senza tregua dalle forze alleate. I massimi dirigenti del Cln furono chiamati ad organizzare il nuovo governo, che nacque il 10 giugno. Ivanoe Bonomi era presidente del Consiglio, De Gasperi e il capo del Partito comunista italiano Palmiro Togliatti ministri senza portafoglio. Dal 12 dicembre, dopo un rimpasto, Togliatti fu vicepresidente del Consiglio e De Gasperi ministro degli Esteri.

Finita la guerra, il 10 dicembre 1945 Alcide De Gasperi venne nominato presidente del Consiglio. Era ancora un governo di unità nazionale, rappresentato da tutti i partiti; Togliatti era ministro della Giustizia. C’era da ricostruire letteralmente il Paese, oltre alla democrazia. Le nazioni vincitrici del conflitto erano pronte a punirci pesantemente nell’imminente conferenza di pace a Parigi; inoltre la Jugoslavia comunista di Tito aveva occupato la parte meridionale di Trieste. Questi erano i principali problemi sulle spalle del 64enne De Gasperi.

Ma lui tenne duro. Subì con la massima dignità l’umiliazione di Parigi per le colpe di Mussolini; giostrò con prudenza e abilità la delicatissima fase del referendum con cui il 2 giugno 1946 gli italiani scelsero la Repubblica: in quei giorni la guerra civile poteva scoppiare da un momento all’altro, perché i risultati definitivi tardarono moltissimo ad arrivare e Umberto II s’intestardì ad attendere la proclamazione della corte di Cassazione prima di partire per l’esilio. De Gasperi, senza ricorrere alla forza e senza provocare spargimenti di sangue, fu fermo e ricondusse il re alla ragione. Umberto II se ne andò il 18 giugno. De Gasperi assunse i poteri di capo provvisorio dello Stato fino al 28 giugno, quando l’Assemblea costituente elesse Enrico De Nicola presidente della Repubblica.

Nei mesi successivi il grande nemico fu l’inflazione. In meno di un anno, dal 1946 al 1947, la lira si svalutò del 50%. Ma un altro grande problema era la presenza dei comunisti nel governo. Il mondo si era già bipolarizzato. Il blocco occidentale e democratico fronteggiava quello sovietico e comunista. Gli Stati Uniti non vedevano di buon occhio Togliatti e i suoi uomini i quali del resto, finanziati sottobanco da Mosca, non perdevano occasione per agire secondo gli interessi di Stalin. Solo la grande freddezza calcolatrice di Togliatti riusciva a tenere a freno l’ala più scalmanata del Pci che premeva per la rivoluzione armata (che lo stesso Stalin non voleva).

In ballo c’erano gli ingenti aiuti economici americani del piano Marshall. Inoltre si stava preparando l’alleanza atlantica, la futura Nato. Era una scelta di campo precisa, che faceva da preludio ai colloqui per la creazione di una cooperazione fra le nazioni europee (l’embrione della futura Unione europea). I comunisti invece premevano per far diventare l’Italia una nazione formalmente neutrale, e dal punto di vista economico erano ovviamente imbevuti di ricette marxiste, palesemente fallimentari anche allora per chiunque non fosse accecato dall’ideologia.

La Democrazia cristiana non poteva presentarsi alle imminenti elezioni del Parlamento come alleata governativa dei comunisti. Quindi De Gasperi estromise le sinistre dal governo: si dimise e il nuovo esecutivo fu un monocolore Dc appoggiato da Pli, Pri e Psli (predecessore del Psdi). La linea economica venne impostata da Luigi Einaudi e fu pesantissima: stretta al credito e controlli iniziali sul cambio con il dollaro. In quei mesi le borse caddero e la produzione industriale rallentò bruscamente, ma l’inflazione fu messa sotto controllo.

Il 18 aprile 1948 si tennero le prime elezioni politiche della Repubblica. Si presentarono due grandi coalizioni: Dc e partiti laici da una parte, Pci e socialisti uniti nel Fronte democratico popolare. Le alternative erano chiare. O si stava con l’occidente e la democrazia, o si diventava un satellite sovietico. Gli italiani capirono benissimo; dopo un ventennio di dittatura e la distruzione bellica, volevano la democrazia. Fu una valanga: la Dc conquistò il 48,5% dei voti, il Fronte il 31%; agli altri le briciole.

Il 4 aprile 1949 De Gasperi firmò l’adesione dell’Italia al Patto atlantico. L’8 agosto si riunì per la prima volta il Consiglio d’Europa. In quegli anni fu varata l’importante riforma agraria, che arginò le sanguinose rivolte contadine e pose fine ai latifondi ripartendo la terra in piccoli lotti. Vennero anche avviate le trattative per formare una forza europea di difesa (Ced), per la quale De Gasperi lottò fino al giorno della propria morte. Aveva intuito con notevole lungimiranza che un giorno gli Usa avrebbero tolto il loro ombrello protettivo dall’Europa, per cui sarebbe diventato necessario creare al di qua dell’Atlantico un organismo militare comune. Ma gli egoismi delle singole nazioni ebbero la meglio e la Ced naufragò.

In una democrazia nessuno dura troppo a lungo, di certo non i migliori. I nemici peggiori in quel periodo erano in casa. Il primo grande colpo per De Gasperi fu in occasione delle elezioni amministrative del 27 maggio 1952. Si votava per il Consiglio comunale di Roma e ci fu una grande battaglia preliminare. Qui il capo del governo diede la prova suprema d’indipendenza nei confronti della Chiesa. Le sinistre stavano cercando di mettere insieme una lista unitaria, capeggiata però da un liberale: Francesco Saverio Nitti, vecchio arnese della politica prefascista, primo ministro dal 1919 al 1920. In questo tentativo papa Pio XII vedeva un pericolo estremo. Cercò quindi di contrapporre una grande coalizione intorno alla Dc di tutti i partiti, compreso il Partito monarchico e soprattutto il Movimento sociale italiano, nato intorno alle nostalgie del fascismo di Salò. Quindi il pontefice mise in moto la sua macchina politica per l’Italia, cioè l’Azione cattolica con i suoi pervasivi comitati. L’idea era contrapporre a Nitti un altro vecchio illustre: don Luigi Sturzo, 81enne. Ma De Gasperi non ne voleva sapere di allearsi con i postfascisti. Aveva trascorso gran parte della sua vita a combattere il regime mussoliniano, sarebbe stato come rinnegare venti anni di lotta. Si oppose al punto da minacciare le dimissioni. Di fronte alla prospettiva di una crisi di governo potenzialmente catastrofica, Pio XII dovette arrendersi e rinunciò all’idea. Ma se la legò al dito. A Roma la coalizione moderata insieme alla Dc arrivò prima ma le destre estreme rastrellarono un numero impressionante di voti.

De Gasperi cadde un anno dopo. Decisiva la nuova legge elettorale voluta dalla Dc, che le sinistre avversarono e battezzarono “legge-truffa”. Assegnava un premio di maggioranza del 65% dei seggi alla lista o coalizione che avesse superato il 50,01% dei voti. Dopo lunghe battaglie anche violente la legge venne approvata. Le elezioni politiche del 7 giugno 1953 però registrarono la prima batosta politica, se non numerica, della Dc. Infatti la coalizione moderata ottenne il 49,85% dei consensi; il premio di maggioranza non scattò per circa 50mila voti. Si procedette quindi a formare l’ottavo governo De Gasperi. Però questa volta i partiti laici, massacrati alle urne, dissero di no. Il 26 luglio il presidente del Consiglio portò dunque davanti alla Camera un monocolore, ma venne bocciato. Finì un’era. La Dc lo consolò eleggendolo a settembre segretario del partito, tuttavia già veniva trattato come un pensionato di lusso.

Era anche malato gravemente. Una sclerosi renale lo stava lentamente uccidendo. I suoi ultimi sforzi nel 1954 furono tutti diretti verso la Comunità europea di difesa, il suo grande sogno verso un’Europa unita. Ma la Francia stava boicottando il progetto. Cinque giorni prima di morire, scriveva ancora ad Amintore Fanfani, diventato segretario del partito, un appello appassionato. A Bruxelles si votava per firmare il trattato: “Se io potessi essere a Bruxelles sento che questa battaglia si spunterebbe. Saprei mettere certi responsabili di fronte alla propria coscienza… sono certo che non uscirebbero di là senza aver firmato“. Ma la risposta, tiepida e inutile, arrivò troppo tardi. Alcide De Gasperi si era spento il 19 agosto 1954 nel suo Trentino, a Sella di Valsugana. La sua ultima parola, tra le braccia della figlia Maria Romana: “Gesù!“.