Il termine anarchia deriva dalla voce greca ‘anarkhía’, composta di ‘an’, con funzione privativa, e ‘archḗ’ =  ‘potere/comando’. Il significato letterale del termine può dunque essere reso con ‘assenza di governo/comando.’

Si parla quindi di anarchia in quelle situazioni in cui non vige alcuna efficiente autorità, o in assenza di un governo, con particolare riferimento al caos politico che ne consegue (es. ‘Il paese è caduto nell’anarchia.’).

Per estensione, è possibile parlare di anarchia per definire una qualsiasi situazione in cui regnano caos e disordine e ognuno agisce secondo il proprio arbitrio, senza ordine o regola (es. ‘In questa casa regna l’anarchia’).

In senso storico-politico, per anarchia si intende infine quella dottrina o movimento politico, sviluppatosi nella seconda metà del XIX secolo, che mira ad abolire ogni forma di governo sull’individuo e, di conseguenza, lo Stato e le gerarchia sociale, per sostituirli con l’autonomia e la libertà individuale. Tale è infatti la forma di vita sociale teorizzata dagli anarchici, i quali sostengono la necessità di ridurre al minimo il potere centrale dell’autorità (in funzione di un estremo decentramento dei poteri amministrativi), così che i lavoratori possano organizzare da sé la proprietà e l’amministrazione dei mezzi di produzione. L’anarchismo propugna quindi la soluzione anarchica come modello di società ottimale, in cui vige la pacifica e solidale convivenza degli esseri umani, poiché, come teorizzato dal filosofo e pensatore francese Proudhon, “la libertà è madre dell’ordine”. A partire da tale presupposto, si teorizza l’inutilità di un governo formato da pochi uomini che amministrano la società dall’alto: l’unico valore su cui questa deve fondarsi è il lavoro e i lavoratori possono organizzarsi da sé secondo un rapporto di autonomia e responsabilità reciproca. La società anarchica si basa quindi sul lavoro e sulla totale libertà dell’individuo, il cui unico limite è rappresentato dal rispetto della libertà altrui.