Un organismo dal nome curioso, di cui si sente parlare in occasione d’interventi in terre a volte lontane (Afghanistan), a volte vicine (Libia), sempre tuttavia in situazioni critiche. Osservata superficialmente, oggi la Nato potrebbe sembrare qualcosa di distante, che non ci tocca da vicino. Per alcuni di noi (i troppi occidentali che odiano l’occidente) addirittura è considerata un fastidio, se non un vero e proprio nemico. Ma grazie ad essa l’Europa ha potuto vivere in pace per quasi cinquant’anni; la sua semplice esistenza ha fatto desistere l’Unione Sovietica dal cadere in tentazioni pericolose. E anche oggi non se ne può fare a meno. Le minacce attuali, come il terrorismo, le instabilità regionali e la possibile proliferazione incontrollata di armi di distruzione di massa, rendono indispensabile tale organismo ancora più di prima, al punto da averne resa necessaria una profonda trasformazione.

Cos’è la Nato, perché è importante per noi, perché ne parliamo oggi? Il nome è una sigla tratta dalla lingua inglese: North Atlantic Treaty Organization, Organizzazione per il trattato del Nord Atlantico. E’ un organismo militare, il cui scopo è proteggere ciascuno degli stati membri da un attacco armato esterno. Il trattato che diede vita alla Nato fu firmato il 4 aprile 1949 a Washington da Stati Uniti, Canada e 10 nazioni dell’Europa occidentale, tra cui l’Italia (non la Germania Ovest, che entrò nel 1955). Ne parliamo oggi perché il trattato entrò ufficialmente in vigore dopo la ratifica da parte di tutti gli stati membri, il 24 agosto 1949. Quindi la Nato compie 65 anni di attività.

L’articolo 5 (su 14) del trattato spiega perfettamente la natura di quest’alleanza: “Un attacco armato contro uno o più membri in Europa o Nord America verrà considerato un attacco contro tutti“. In altri termini: se l’Urss avesse attaccato anche uno solo di noi, l’avremmo combattuta tutti insieme.

La minaccia non era campata per aria. Solo un anno prima, nel febbraio 1948, il partito comunista della Cecoslovacchia rovesciò con l’appoggio, coperto ma non troppo, dell’Unione Sovietica il governo nato da elezioni democratiche. Pochi mesi dopo, il 24 giugno, l’Urss bloccò tutte le vie d’accesso a Berlino Ovest, impedendo il passaggio legittimo nelle rispettive zone di occupazione alle forze americane, inglesi e francesi. Infatti Berlino era interamente circondata da territorio occupato dai sovietici. La parte occidentale dell’ex capitale tedesca si trovò isolata e senza energia elettrica. Per non lasciare la popolazione alla fame, gli alleati allestirono un ponte aereo: centinaia di bombardieri americani trasportarono viveri e altri beni necessari ininterrottamente per 462 giorni, prima che i russi togliessero il blocco.

Si era in piena guerra fredda. Tuttavia la difesa militare non era l’unica missione della Nato. C’erano altri due obiettivi di primaria importanza: impedire, attraverso una forte presenza di forze armate americane, la rinascita di un nazionalismo militarista in Europa ed incoraggiare l’integrazione politica europea.

Il più importante regalo di benvenuto alla Nato arrivò proprio dall’Urss. Cinque giorni dopo l’entrata in vigore del trattato, quindi il 29 agosto 1949, i sovietici fecero detonare la loro prima bomba atomica, ponendo fine al monopolio americano. Mai tempismo fu più accurato. Poco più tardi, ad ottobre, Mao consolidò la presa del potere in Cina, creando una nuova grande nazione comunista. E nemmeno un anno dopo, il 25 giugno 1950, scoppiò la guerra di Corea, quando l’esercito filosovietico del nord invase il territorio del sud.

La Nato ebbe quindi fin dall’inizio parecchi grattacapi. Inoltre, nel 1955, entrò sulla scena anche il suo contraltare comunista, cioè il Patto di Varsavia. Di fronte ad un pericolo rosso così pervasivo divenne inevitabile per l’alleanza atlantica sviluppare l’unica strategia possibile per impedire una nuova guerra mondiale: il concetto di “massima rappresaglia”. Semplicemente, se l’Unione Sovietica avesse attaccato, la Nato avrebbe risposto usando armi nucleari. Questa strategia aveva il vantaggio di non impegnare risorse eccessive per contrastare l’enorme apparato militare convenzionale russo. La controindicazione era il forte rischio di distruggere l’intero pianeta, poiché anche i sovietici, al pari degli americani, andavano accumulando un imponente arsenale nucleare, e ovviamente non avrebbero esitato ad usarlo in caso di attacco.

Paradossalmente, fu proprio questo equilibrio satanico a rendere non vincibile una eventuale guerra atomica, garantendo una forma inquietante di pace. Negli anni ’60 la Nato cercò di superare la dottrina della risposta atomica, nel tentativo di approfittare del relativo clima di distensione. In quel decennio la diplomazia col Patto di Varsavia fu intensa. I negoziati durarono per tutti gli anni ’70. Ma poi si arrivò al 1979. L’Urss invase l’Afghanistan ed installò nelle basi dell’Europa orientale dei missili nucleari a medio raggio (gli SS-20) di temibile potenza e precisione, difficili da intercettare. La Nato rispose modernizzando i missili Pershing II, installandoli in parecchie basi dell’Europa occidentale insieme ai nuovi missili Griffin montati su postazioni mobili.

L’enorme spesa militare travolse la già precaria economia dell’Unione Sovietica, intrinsecamente debole proprio perché basata sulle filosofie marxiste. Il Patto di Varsavia cadde in pezzi, insieme ai suoi regimi comunisti. Autodistruttasi l’Urss, la Nato operò per evolversi in un’organizzazione che abbracciasse l’intera Europa. Inoltre cominciò a guardare con interesse verso il Mediterraneo, intavolando dialoghi con Egitto, Israele, Giordania, Mauritania, Marocco, Tunisia e Algeria.

Ma negli anni ’90 una nuova minaccia prese forma: l’instabilità diffusa conseguente al crollo dei regimi polizieschi comunisti. La Jugoslavia esplose in una guerra civile che diventò presto una brutale operazione di pulizia etnica. Inizialmente la Nato esitò ad intervenire, ma la situazione si aggravò al punto che nel settembre 1995 l’alleanza eseguì, in appoggio all’Onu, una serie di attacchi aerei che posero fine alla parte più cruenta di quella guerra.

Forse il mondo non rischiava più l’annientamento nucleare, ma non per questo si poteva definire un luogo pacifico. Nel 1998 scoppiò in Kosovo il conflitto tra separatisti albanesi e le forze armate della Serbia; la Nato intervenne ancora con attacchi aerei e l’ingresso di una forza multinazionale di pace. Quasi senza accorgersene, il patto atlantico si era trasformato da organizzazione statica in forza interventista.

Arriviamo rapidamente all’11 settembre 2001. Gli attacchi di Al Qaeda a New York e al Pentagono resero evidente una nuova realtà: i pericoli ora provenivano non più da stati nazionali tradizionali, ma da entità terroristiche substatali, come Al Qaeda, che si appoggiavano a territori sottomessi o complici, come l’Afghanistan governato dai talebani. Non trascorse un mese per vedere la reazione occidentale. Il 7 ottobre la Nato intervenne in forze insieme agli Stati Uniti, lanciando l’operazione Enduring Freedom, libertà permanente. In due mesi scarsi il regime talebano fu spazzato via; la Nato venne chiamata dalle Nazioni Unite ad organizzare una forza multinazionale intorno a Kabul per favorire la stabilizzazione dell’Afghanistan.

Il patto atlantico continuò a crescere. Ormai comprendeva l’intera Europa e nel 2002 fu avviata una collaborazione anche con la Russia. Oggi i paesi membri della Nato sono 28. Ma le sfide odierne sono ancora durissime e subdole. Il difficile è diventato mantenere la pace e rendere stabile in modo duraturo un’area dopo l’intervento militare. La resistenza dei terroristi in Afghanistan che dura ancora oggi è sotto gli occhi di tutti. L’ultimo esempio arriva dalla Libia: tre anni dopo l’intervento Nato del 2011 per fermare i bombardamenti di Gheddafi contro la propria gente, quel paese è ancora in piena guerra civile. La sfida per la pace non è terminata, ha solo cambiato natura e territori.

Photo Credit: Nato Archives