Il 9 ottobre del 1963 un’enorme frana staccatasi dalla montagna precipitò nel bacino artificiale del Vajont. Un’ondata di cinquanta milioni di metri cubi d’acqua e fango travolse la cittadina di Longarone e i centri vicini. Migliaia le vittime, ma il numero esatto non fu mai precisato. Un disastro causato dall’errato e sciagurato intervento dell’uomo sul territorio che ha segnato la storia del nostro Paese sotto vari profili.

Come riporta l’Ansa poco prima delle 23 di 50 anni fa un’enorme frana di roccia di circa due chilometri quadrati di superficie e 260 milioni di metri cubi di volume si stacca dalle pendici del Monte Toc, dietro la diga del Vajont, tra il Friuli e il Veneto. L’enorme massa piomba nel sottostante lago artificiale a quota 700 metri sul livello del mare. Lo schianto solleva un’onda di 230 metri d’altezza e ben 50 milioni di metri cubi di materiale solido e liquido in sospensione si alzano.

La metà della massa d’acqua scavalca la diga e si abbatte nella sottostante valle del Piave, provocando la distruzione di sette paesi (Longarone, Pirago, Maè, Rivalta, Villanova, Faè, Codissago, Castellavazzo) mentre l’altra parte di onda colpisce Erto, Casso e diversi borghi. Un’onda alta 70 metri che rende consapevoli a cosa stanno andando incontro le persone che non possono più scappare. Le case sono rase al suolo, i morti accertati sono 1.910 (di cui 1450 solo a Longarone) e una grossa cicatrice a forma di ‘M’ resterà per sempre sul Monte Toc.

Nel febbraio 2008, durante i lavori per l’International Year of Planet Earth dichiarato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il disastro del Vajont è stato citato, assieme ad altri quattro eventi (tra cui lo tsunami del 2004 nell’Ocaeano Indiano) come un caso esemplare di “disastro evitabile” causato dal “fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere la natura del problema che stavano cercando di affrontare”.

Tutto sulla tragedia del Vajont

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