Il 17 marzo del 1861, 154 anni fa, nasceva ufficialmente il Regno d’Italia. Nacque con una scarna legge, la numero 4671 del Regno di Sardegna (che poi diventò la numero 1 del Regno d’Italia), pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dopo un breve iter parlamentare, secondo la quale Vittorio Emanuele II, già “re di Sardegna, Cipro e Gerusalemme”, assumeva per sé e per i suoi discendenti il titolo di Re d’Italia. Una legge che, allora come oggi, fu frutto di compromessi, correzioni e assensi a denti stretti: a partire dalla scelta di porre “II” e non “I” accanto al nome del re, come preteso dai Savoia ma contestato da gran parte dell’opinione pubblica, che avrebbe preferito sentirsi parte di uno stato nuovo e non di una gigantesca propaggine del Piemonte conquistatore.

La legge costitutiva del Regno d’Italia fu discussa e votata da un Parlamento composto da 221 senatori nominati dal re e 443 deputati eletti pochi mesi prima, nel gennaio del 1861, dai cittadini di quelle regioni della penisola che l’anno precedente avevano scelto, tramite plebiscito, di unirsi al Regno sabaudo. Il Parlamento si riunì a Palazzo Carignano per la prima volta il 18 febbraio e nel giro di un mese esatto arrivò alla proclamazione del nuovo Regno – tre giorni prima, il 14 marzo, era stato scelto il tricolore cisalpino come bandiera del nuovo statoLa notizia della nascita del Regno d’Italia corse rapidamente per tutta la neonata nazione, generando un’ondata di entusiasmo incontenibile; persino a Roma, ancora sotto il dominio della Chiesa, dove la polizia dello stato vaticano procedette a numerosi arresti. Il Primo Ministro, Camillo Benso conte di Cavour, pronunciò un discorso in cui proclamava Roma capitale d’Italia e il 27 marzo prefigurò apertamente a una futura annessione dell’Urbe tramite azione militare. Cosa che avvenne 9 anni più tardi con la breccia di Porta Pia, quando la terza guerra di indipendenza aveva già guadagnato al nuovo Regno anche il Veneto irredento, e quando il grande tessitore dell’unità d’Italia, il conte di Cavour, era già morto da tempo.