Non ce l’ha fatta lo sbirro degli sbirri, Antonio Manganelli (foto by infophoto), capo della Polizia italiana dal 25 giugno 2007. Non è riuscito a superare l’ultima crisi respiratoria. Avellinese, 62 anni, se l’è portato via un cancro ai polmoni contro cui combatteva da tempo. Una vita contro il terrorismo e la criminalità organizzata, considerato l’erede di Gianni De Gennaro, ex capo della Polizia, di cui è stato vice per circa 6 anni: li legava, oltre a profonda stima e amicizia, un’innata passione per l’investigazione di cui Manganelli, in particolare, ha fatto la caratteristica precipua della sua carriera, non perdendo occasione per promuoverla tra colleghi e sottoposti.

Quando, di recente, arrivano le motivazioni della Cassazione per la sentenza sul tristemente famoso massacro della Diaz, durante i giorni del G8 genovese, che coinvolge alcuni poliziotti, nel 2012 in ruoli chiave, come Francesco Gratteri, capo dipartimento centrale anticrimine della Polizia o Gilberto Caldarozzi, capo Servizio centrale operativo (Sco) o Filippo Ferri, capo della Squadra mobile di Firenze, nelle quali si legge della “consapevole preordinazione di un falso quadro accusatorio ai danni degli arrestati, realizzato in un lungo arco di tempo intercorso tra la cessazione delle operazioni ed il deposito degli atti in Procura”, comportamento che ha “gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero”, alle scuse per la macelleria messicana, Manganelli aggiunge di essere “orgoglioso di essere il capo di donne e uomini che quotidianamente garantiscono la sicurezza e la democrazia di questo paese”.

Per migliorare l’operatività degli agenti nel garantire la sicurezza dei cittadini, viene istituita, nel dicembre 2008, la Scuola di formazione per la Tutela dell’ordine pubblico, con l’intento, come indicato da una nota del ministero dell’Interno, di “formare personale specializzato capace di intervenire con professionalità in caso di eventi che possono degenerare dal punto di vista dell’ordine pubblico, come manifestazioni, cortei ed eventi pubblici, per garantire ancor meglio la sicurezza di tutta la collettività”. A dirigerla, Manganelli chiama Oscar Fioriolli.

Fioriolli è noto per essere un torturatore. Non lo dicono i soliti antagonisti di sinistra, gli anarco-insurrezionalisti o gli ex brigatisti, insomma quel coacervo di nemici dello Stato sempre pronti a sputare sulle forze dell’ordine, lo racconta Salvatore Genova, ex commissario di Ps, che partecipò alla liberazione del generale James Lee Dozier, il 28 gennaio 1982, sequestrato dalle brigate rosse poco più di un mese prima. Per trovare il militare americano, l’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci convoca una squadra formata da Umberto Improta, Luciano De Gregori, Oscar Fioriolli e Genova stesso. Hanno mano libera, possono andarci giù pesante, saranno coperti. Ordini superiori: l’indagine è delicata e bisogna fare bella figura.

Il patto tra i 4 è niente morti e niente segni sugli arrestati. Il primo a finire nelle mani di Fioriolli e soci è un fiancheggiatore delle Br, il 23 gennaio 1982, tale Nazareno Manotvani. La svolta arriva con l’interrogatorio di Ruggero Violinia e della sua compagna Elisabetta Arcengeli. Ecco come lo descrive Genova in un’intervista rilasciata a Pier Vittorio Buffa de L’Espresso, il 6 aprile 2012: “Io sono fuori per degli arresti e quando rientro in questura vado all’ultimo piano. Qui, separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli [...] La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. [...] carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale e dopo pochi minuti parla, ci dice dove è tenuto prigioniero il generale Dozier”.

L’8 gennaio 2013, la Guardia di Finanza esegue 8 arresti, su mandato della Procura di Napoli, per presunte irregolarità negli appalti per la costruzione del Centro elaborazione dati della Polizia (Cen) a Capodimonte. Abuso d’ufficio, turbativa d’asta, associazione a delinquere, falso e corruzione i reati contestati. Ai domiciliari finisce il prefetto Oscar Fioriolli. Cosa avrà insegnato ai cadetti della prestigiosa Scuola di formazione, tanto declamata da Manganelli?

C’è del marcio al Viminale. Nell’estate del 2012, un esposto anonimo di 20 pagine, elenca nomi e cognomi di chi ha fatto pastette nell’ambito di aste, gare e appalti per l’acquisto di impianti tecnologici da parte della Polizia di Stato. Il Viminale apre, immediatamente, un’inchiesta interna per verificare. Il delatore punta il dito contro Nicola Izzo, vice di Manganelli, che lo difende a spada tratta, quale regista dei presunti illeciti commessi dall’Ufficio Logistico di Pubblica sicurezza.

A conclusione della denuncia, viene citato il vicequestore Salvatore Saporito, coinvolto nelle indagini napoletane sugli appalti per il Cen, quelle che hanno portato ai domiciliari Fioriolli, suicidatosi nella caserma romana di Castro Pretorio, il 31 marzo 2011. Secondo l’anonima denuncia, Saporito si sarebbe sparato un colpo di pistola perché non sopportava più il pressing a cui era sottoposto dai suoi superiori: pare si opponesse ai presunti illeciti dell’Ufficio Logistico.

Nel novembre scorso, la Procura romana apre un fascicolo sulla gestione degli appalti, la Squadra mobile capitolina indaga sull’identità del corvo del Viminale e Manganelli, già minato dalla malattia, nei giorni della riunione mondiale Interpol, in una dichiarazione al quotidiano Repubblica consegna, forse inconsciamente, il suo testamento morale, “forse ci sarà un capo della Polizia più bravo di me, più adatto di me, ma nessuno potrà dire che io sono un imbroglione: da 38 anni faccio questo lavoro, è un mondo dove si prendono i latitanti ma anche dove si fanno contratti e si fanno delle scelte che comportano anche un giro di soldi. E’ facile essere accusati da un anonimo, o comunque in modo superficiale, ma non mi è mai successo e ne sono felice”.