Virginia Raggi e Chiara Appendino – in situazioni e con stili molto diversi fra loro – hanno dato in un mese e mezzo il polso della loro comunicazione. Almeno in questa fase. In pieno stile 5 Stelle stanno facendo largo (se non esclusivo) uso dei social network, in particolare di Facebook, limitando al massimo i confronti con i giornalisti e rivolgendosi direttamente (senza contraddittorio se non quello, caotico e farsesco, dei commenti) ai cittadini.

Mentre Raggi ha però utilizzato Facebook per documentare i suoi blitz, o quelli della sua giunta, nei centri di trattamento dei rifiuti, nella giungla del lungotevere o per presentare gli assessori – l’ultima è stata ieri Flavia Marzano, assessora alla “Roma semplice”, sarebbe stato bello farle qualche semplice domanda – Appendino ha già lanciato due iniziative senza dubbio interessanti. Due iniziative che sollevano tuttavia il grande tema della presunta democrazia diretta: possiamo delegare alle bacheche di Facebook la responsabilità di stabilire le scelte politiche di una sindacatura, specie quando coinvolgono spese piuttosto ingenti? Secondo me no. Il massimo che si può fare, e certo non tramite Facebook, è una pubblica consultazione secondo regole ben precise.

Meno video in diretta, quasi nessuno, più foto e posizioni argomentate con lunghi post per la prima cittadina torinese, che ha ora deciso – archiviando le polemiche sul Wi-Fi o sull’alimentazione più consapevole – di scegliere alcuni progetti proprio passando attraverso il social di Menlo Park. Gli esperimenti sono due. Il primo riguarda la selezione dei progetti sociali e culturali legati al piano delle periferie, che nel complesso vale 18 milioni. Le idee da trovare ne impiegheranno 1,5 e dovranno toccare ambiti come l’inclusione sociale o la creatività digitale. Il secondo riguarderà invece un bando proprio relativo all’alimentazione: bisognerà selezionare progetti per orti urbani, giardini, microcatering, mercati e gruppi d’acquisto locale così come piani di educazione alimentare e lotta agli sprechi.

Per non farla troppo lunga, queste selezioni passeranno da Facebook. Nel primo caso con un vaglio preventivo e successivo. Gli utenti di Facebook (francamente mi rifiuto di chiamarli “cittadini di Torino”, chi potrà mai garantire che anch’io non vada a mettere un bel mi piace sotto alla foto di una proposta di cui non so nulla?) si collocheranno nella fase centrale della procedura, contribuendo a partorire una sorta di “short list” da cui la commissione tecnica attingerà per la scelta dei piani definitivi. Dall’housing sociale alle aree verdi passando per scuole e occupazione così come per le biblioteche, è un ambito essenziale che viene immediatamente gettato in pasto alle bacheche.

Nel secondo caso, invece, il sistema sarà molto più snello: i progetti saranno raccolti dal primo agosto al 5 settembre. Dopo il vaglio tecnico saranno pubblicati sulla pagina Facebook del Comune e del settore cooperazione per essere votati dal 10 al 18 settembre. Ai primi quattro andranno i 2.500 euro previsti. Venghino siori venghino.

Da una parte sono mosse che le sindache di Roma e Torino sono costrette a compiere dal percorso con cui sono arrivate al Campidoglio e Palazzo di Città. Dall’altra continuano a portare avanti la pia illusione che l’autentica partecipazione possa nascondersi in un Mi piace o in una condivisione. Senza dubbio il rapporto stretto con i cittadini via social network è essenziale. Ma in che misura è corretto sottoporre scelte e selezioni su temi specifici al vaglio di un’utenza potenzialmente vastissima, generica, non verificabile nei suoi requisiti di cittadinanza, nella convinzione che la presunta “intelligenza collettiva” possa produrre esiti migliori di una consapevole direzione politica?

L’altro aspetto è più ampio. Se è vero che le prime cittadine del Movimento 5 Stelle sono state chiamate a quei durissimi ruoli e hanno trionfato alle elezioni come prime fra pari, cioè come rappresentanti della cittadinanza, è altrettanto vero che la cittadinanza da parte loro si aspetta risposte chiare e rapide. Non l’avvio di un rimpallo continuo in una serie di esperimenti certo significativi ma che per loro stessa natura saranno ingiusti, perché condotti attraverso un canale semplicemente inadeguato. Perché non supportare i progetti di digitalizzazione, dallo Spid in giù, lanciati nei mesi scorsi dal governo? Una volta che avremo la nostra identità digitale votare anche per lo zerbino del comune sarà una passeggiata. Senza troll e fake di mezzo. E senza trasformare una piattaforma privata in un’impropria protesi istituzionale.