Quarantasette persone sono state condannate a morte in Arabia Saudita con l’accusa di aver progettato e compiuto attacchi terroristici contro civili. La notizia annunciata dal ministero dell’interno saudita, secondo quanto riferisce al Arabiya, riguarda infatti le esecuzioni di 47 presunti terroristi, la maggior parte dei quali erano coinvolti in attacchi attribuiti ad al Qaeda avvenuti tra il 2003 e il 2006.

Tra le persone condannate figura anche il religioso sciita Nimr al-Nimr, uno dei leader principali delle proteste sciite nella parte orientale del paese, arrestato a luglio del 2012 e condannato l’anno scorso per sedizione. La sua pena capitale era già stata confermata il 25 ottobre scorso. Dura la reazione dell’Iran, che ha avvertito l’Arabia Saudita: l’esecuzione di Nimr “vi costerà cara”.

Si tratta delle prime esecuzioni del 2016 nel regno ultraconservatore che ha già giustiziato 153 persone nel 2015, raggiungendo il livello più elevato in due decenni. Ma non sarebbero solo le accuse di terrorismo a far rischiare la pena di morte. In Arabia Saudita, infatti, come rivelato dall’Osservatorio per i Diritti Umani, fra i primi 100 prigionieri giustiziati nel 2015, 56 sono stati condannati sulla base di discrezionalità giudiziaria e non per reati per cui la legge islamica prevede come specifica punizione la pena di morte. In un lungo rapporto pubblicato ad agosto, Amnesty cita il caso di al-Shammari Lafi, un cittadino saudita, senza precedenti penali che è stato giustiziato a metà 2015 per traffico di droga. L’Arabia Saudita è infatti tra i Paesi con il più alto numero di esecuzioni nel mondo, seguito da Cina e Iran.