L’Istituto Giapponese di Cultura/Japan Foundation presenta, in collaborazione con il Museo Nazionale d’Arte Moderna di Kyoto e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, Arte in Giappone 1868-1945, mostra antologica – la prima dopo l’esposizione romana del 1930 – sulla pittura tradizionale nihonga e le arti decorative giapponesi moderne.

L’occasione di un omaggio così nutrito, oltre 110 le opere in mostra, si deve ai festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario della nascita dell’Istituto Giapponese di Cultura di Roma. Per la prima volta in Italia una mostra si occupa dell’arte Giapponese del Novecento, un periodo poco esplorato e conosciuto che va dalla restaurazione dell’imperatore Meiji, nel 1868, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. E’ il momento nel quale il Giappone, dopo secoli di isolamento, si confronta con l’Occidente avviando un rapido processo di modernizzazione tecnica, economica e sociale. Gli influssi dell’arte europea penetrano in un ambiente artistico legato a schemi consolidati, mentre le novità rappresentate dall’arte giapponese fanno il loro ingresso in Europa influenzando noti artisti che operarono a cavallo tra Ottocento e Novecento.

A questo mutamento repentino e radicale si contrappone, già negli ultimi decenni del XIX secolo, un movimento di rinascita dell’arte tradizionale, di ritorno consapevole ad una visione estetica in cui si riconosce l’identità del popolo giapponese. La mostra della Galleria Nazionale di Arte Moderna, visitabile fino al 5 maggio, è dedicata proprio al recupero dello stile tradizionale giapponese.

Fino al periodo Meiji l’arte giapponese era stata dominata dalla concezione estetica orientale, e tutti i suoi elementi differivano da quelli occidentali in modo radicale: mentre la pittura occidentale era espressione del mondo sensibile e si basava sulla rappresentazione verosimigliante della realtà, quella giapponese esprimeva l’immaterialità del mondo spirituale. La contrapposizione chesi riscontra anche nei materiali: colori minerali e inchiostro per la pittura giapponese, colori ad olio per quella occidentale. I termini yoga e nighonga, coniati nel periodo Meiji, stanno a indicare le due correnti artistiche che - a partire da quel momento – si sviluppano in Giappone. La pittura yoga utilizza le tecniche occidentali, mentre quella nighonga, seppure a tratti influenzata dell’arte occidentale, è ancorata alle tradizione e rimane orientata alla rappresentazione di valori prettamente giapponesi.

La mostra mette a fuoco l’evoluzione della pittura nihonga e delle arti applicate attraverso un’accurata selezione di opere e oggetti tradizionali dagli akemono, i tipici dipinti su rotoli verticali di carta o di seta, ai paraventi che decoravano gli interni delle case giapponesi, ma anche lacche, ceramiche, tessuti, kimono, vasi e intagli in legno attraverso i quali è possibile rileggere la storia dell’evoluzione e degli intrecci della cultura artistica giapponese con le principali correnti dell’arte moderna occidentale.

Per esigenze conservative, dovute alla particolare delicatezza dei materiali, la mostra è distinta in due diverse fasi espositive, con sostituzione quasi totale dei dipinti e parziale delle opere d’arte applicata, secondo il seguente calendario: I fase dal 26 febbraio al 1 aprile; II fase dal 4 aprile al 5 maggio. Dal 4 aprile la mostra ARTE IN GIAPPONE 1868-1945 propone quindi una nuova selezione di opere: gli autori rimangono pressochè invariati, ma alla maggioranza dei paesaggi presentati nella fase invernale si contrappongono ora figure animali, ritratti umani ed elementi naturali.

L’arte  Giapponese non smette di affascinare grazie alla delicatezze e alla potenza di immagini, prospettive e scorci inediti di un’arte lontana. Una grande retrospettiva dunque sull’arte nipponica del Novecento, un’occasione importante per chi ha già visitato la prima mostra, imperdibile per chi ancora non c’è stato.

Inoltre, per chi non lo sapesse, in questo periodo i ciliegi sono in fiore, regalando uno spettacolo davvero unico. Al Parco del Lago dell’Eur si festeggia la fioritura dei Sakura, i Ciliegi giapponesi, suggerisco quindi di approfittare di una bella giornata e allungare il tour per godere di questo affascinante avvenimento. Donati dalla città di Tokyo e piantati in occasione dell’inaugurazione de “La Passeggiata del Giappone”, il 20 luglio del 1959, i ciliegi fioriscono tra metà Marzo e i primi di Aprile. La tradizione vuole che con l’arrivo della primavera si facciano pic-nic sotto le loro fronde; Hanami è il nome del “rito” tradizionale giapponese legato al piacere di osservare la bellezza degli alberi in fiore, in particolare di quella dei ciliegi, diffusi in tutto il Paese. L’inizio dello Hanami va dalla fine di marzo all’inizio di maggio: la fioritura ha durata breve e in terra nipponica viene salutata con entusiasmo, in segno di rinascita e di bellezza. La festa intende contemplare lo splendore della fioritura del sakura, tanto breve e soave da diventare simbolo della fugacità della vita. Un appuntamento aperto a tutti quello che si tiene a Roma in questo periodo, la tradizione prevede che si trascorra del tempo sotto i ciliegi vestiti con Kimono e Yukata, ma basterà prendere una coperta e sdraiarsi sotto di essi per assaporare uno scampolo di Giappone.

La leggenda narra che i primi alberi di ciliegio siano stati piantati in Giappone da Enno Ozuno, un sacerdote del VII secolo d.C., protetti da una maledizione pronta a punire chiunque avesse provato ad abbatterli; quegli stessi alberi avrebbero poi dato origine a tutte le varietà e gli ibridi che si trovano oggi. Quella dello Hanami è una tradizione legata alla terra, alla semina del riso e la divinazione del raccolto, simbolo degli ideali cavallereschi dei guerrieri giapponesi, consapevoli della precarietà della vita e il carattere fugace della gloria. Fioritura e rinascita che si lasciano osservare insieme alla bellezza dell’effimero e la caducità della vita, una tradizione che a tutt’oggi costituisce un forte elemento di coesione sociale.

Cadono i fiori di ciliegio sugli specchi d’acqua della risaia: stelle, al chiarore di una notte senza luna

(Yosa Buson – XVIII secolo)