L’attacco ai server Sony potrebbe non essere correlato alla Corea del Nord. È quanto ritiene una società esperta in sicurezza, convinta che il recente furto subito dalla casa cinematografica sia derivato dall’azione deliberata di qualche dipendente. Nel frattempo, però, le agenzie federali statunitensi continuano a ritenere la motivazione nordcoreana la più probabile.

Secondo la società Norse, interpellata dalla testata Security Ledger, un gruppo di sei persone avrebbe orchestrato l’hack, per protesta nei confronti dell’azienda. In questo gruppo vi sarebbe almeno un ex dipendente, coinvolto lo scorso maggio nella ristrutturazione e nella gestione dei server della società. Una simile spiegazione sarebbe coerente con il tipo di furto subito da Sony, poiché pare che i cyber-vandali – così come il Presidente Barack Obama li ha definiti – ben sapessero dove mettere le mani. Non si sarebbe trattato, infatti, di un accesso indebito alla cieca: i malintenzionati hanno colpito dei target ben strategici, riconoscibili unicamente da dipendenti o, comunque, da persone molto vicine all’azienda.

Per arrivare a questa conclusione, gli esperti di sicurezza hanno analizzato i documenti resi pubblici, per poi confrontarli con le comunicazioni private caricate online dagli hacker, incluse chat aziendali e altre mail. In particolare, parrebbe che le minacce dirette a Sony Pictures siano compatibili con un individuo di madrelingua russa, anziché nordcoreana.

Non è però dello stesso avviso l’FBI, convinto invece del coinvolgimento del governo di Kim Jong-un, anche in modo indiretto. «Non ci sono informazioni credibili», spiega la portavoce Jenny Shearer, «che altri individui siano implicati in questo incidente».

In definitiva, il mistero si infittisce anziché sbrogliarsi, proprio a pochi giorni dal rilascio finale di “The Interview” – il film contestato dai cyber-vandali – e dal grande successo ottenuto da Sony con la distribuzione online. La pellicola è infatti un piccolo record: solo in streaming e vendita in Rete, infatti, ha conquistato in un solo weekend ben 15 milioni di dollari, a cui se ne aggiungono più di 2 di vendite ai botteghini nelle poche sale coinvolte.

Fonti: Fortune, Bloomberg

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