I mille euro all’anno, cioè 80 euro al mese, di aumento in busta paga per i dipendenti con stipendio inferiore ai 1500 euro mensili, stanno diventando il pilastro principale del Governo di Matteo Renzi. Lui dice che non si tratta solo di una promessa, ma di un impegno preciso. E ha dichiarato in Tv che se il 27 maggio gli italiani non vedranno quei soldi in busta paga, allora lui è un buffone.

Il fatto è che le cose sono molto più difficili di quanto il presidente del Consiglio faccia apparire. Anche il marketing politico, di cui lui è maestro, a volte si deve scontrare con la realtà. Un’interessante analisi del Corriere della sera, a firma di Enrico Marro, illustra quanto siano alti gli ostacoli per depositare quegli 80 euro nelle buste paga.

Nel progetto renziano quei soldi devono arrivare attraverso maggiori detrazioni fiscali. Lo strumento per attuarlo è un decreto legge. Che non è stato ancora emanato e non può esserlo. Motivo? Tali nuove detrazioni provocheranno minori entrate fiscali per 6,6 miliardi. E il premier (foto by InfoPhoto) ha deciso che una parte di questa cifra non verrà coperta, e lascerà aumentare il deficit pubblico 2014, sebbene restando entro il tetto del 3% fissato dall’Unione europea.

Problema: il rinnovato articolo 81 della Costituzione, che recepisce l’accordo europeo sull’obbligo del pareggio di bilancio, stabilisce che ogni misura che comporti un debito deve preventivamente essere autorizzata dal Parlamento. Per cui, prima che Renzi possa firmare un decreto legge, è necessario che prima Camera e Senato votino un provvedimento in cui lo autorizzano a farlo.

Non basta: prima di votare, il Parlamento deve richiedere il parere della Commissione europea, cioè aprire un’ulteriore trattativa, con le incognite che sappiamo. Ormai perfino l’ex sindaco di Firenze dovrebbe essersi reso conto che in Parlamento a Roma non sempre le cose vanno come lui prevede; figuriamoci a Bruxelles.