E’ iniziato oggi a Lunenburg, nella Bassa Sassonia, il processo a Oskar Groening, il cosiddetto “contabile di Auschwitz“, uno degli ultimi nazisti rimasti ancora in vita e accusato di complicità nello sterminio di 300mila ebrei nel famigerato campo di concentramento polacco. Groening, confermando quanto già ripetuto in più interviste negli anni scorsi, ha già ammesso di essere “moralmente colpevole” per quanto accaduto, chiedendo perdono per i suoi atti, benché continui a professarsi innocente sul piano strettamente giuridico.

Dopo un passato nelle SS, nel 1942 Oskar Groening fu trasferito ad Auschwitz, dove trascorse circa due anni con il compito di smistare i bagagli dei deportati, contabilizzare il denaro lì ritrovato e quindi inviarlo a Berlino. La procura tedesca, che ha limitato l’accusa al periodo compreso tra il maggio e il luglio del 1944, durante il quale circa 300mila persone delle 425mila arrivate dall’Ungheria furono inviate nelle camere a gas perché inabili al lavoro, ritiene che Groening non potesse non sapere di quanto stava succedendo sotto i suoi occhi.

Si tratta di un punto fondamentale. Fino al 2011, ovvero fino alla condanna per concorso in omicidio di John Demjanjuk, era necessario dimostrare la responsabilità individuale dell’accusato nei crimini del nazismo. Da quel momento in avanti, è diventato sufficiente dimostrarne la sua partecipazione, anche indiretta. Ecco perché Oskar Groening, che non ha mai negato il suo coinvolgimento (a differenza di Demjanjuk), è finito sotto processo soltanto ora.

Così commentò Groening nel suo libro autobiografico: “È un mio dovere, alla mia età, dire le cose che ho visto e oppormi a coloro che le negano. Ho visto i forni crematori, ho visto le fosse dove si bruciavano i corpi. Voglio che voi sappiate che queste atrocità sono esistite. Io ero lì“. Eppure, pur ammettendo le proprie responsabilità e chiedendo perdono, Groening si è sempre considerato soltanto un minuscolo ingranaggio di una macchina ben più complessa, e per questo giuridicamente innocente. Il processo dovrebbe durare fino al prossimo 29 luglio e vedrà la partecipazione di una sessantina di testimoni, tra sopravvissuti e familiari. Se riconosciuto colpevole, Groening rischia fino a 15 anni di carcere.