Il Governo Renzi ha annunciato ieri la riforma delle Banche Popolari. Vi abbiamo già raccontato ieri del passaggio fondamentale, ovvero dei 18 mesi dati alle Banche Popolari più grandi per trasformarsi in Spa. Ora ritorniamo sull’argomento per approfondire il tema. Non conosciamo ancora il testo della legge, ma dalle ricostruzioni fatte finora sembra che l’articolato preveda un deciso abbassamento delle soglie necessarie per approvare in assemblea la trasformazione delle banche popolari in società per azioni o la loro fusione.

Dopo l’approvazione definitiva del provvedimento sarà possibile trasformare le banche Popolari in Spa, in  prima convocazione con la maggioranza dei due terzi dei votanti a patto che “in assemblea sia rappresentato almeno un decimo dei soci della banca“, mentre per la seconda convocazione – quella in genere in cui vengono prese le decisioni – non ci sarà alcun limite di rappresentanza dei soci. Finora ogni statuto fissava le maggioranze ed in genere prevedevano soglie più elevate. La Banca Popolare di Milano prevedeva ad esempio che all’Assemblea partecipassero almeno “un settimo dei soci aventi diritto di voto“.

Il decreto prevede anche che un socio possa ricevere da 10 a 20 deleghe – prima in genere erano al massimo cinque. E Bankitalia potrà limitare il diritto al recesso dei soci delle banche popolari anche derogando a “norme di legge“. Questa mossa dovrebbe portare ad un’accelerazione nel consolidamento del sistema bancario – ovvero ad una nuova tornata di aggregazioni. Tra le ipotesi considerate più probabili ci sono le aggregazioni tra Popolari, che coinvolgano due o più soggetti, e che dovrebbero portare alla creazione di “due superpopolari che facciano capo ad Ubi e Bpm” – sono le parole di un Report di Equita.

Un altro aspetto positivo è che le modificazioni portano ad aumentare l’incentivo a generare valore per difendersi da eventuali scalatori, per cui bisogna attendersi una maggiore attenzione in termini di sinergie per ridurre i costi. Si stima un aumento di utili del 22% da qui al 2016. Non è un caso quindi che la Borsa applauda la mossa del governo Renzi.

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