Da “Yes We Can” a “Yes We Did”: così Barack Obama ha efficacemente sintetizzato i suoi otto anni di mandato come Presidente degli Stati Uniti durante il suo ultimo discorso tenuto al MacCormick Place di Chicago, lo stesso luogo in cui più di quattro anni fa annunciò la sua seconda vittoria elettorale.

Come era lecito aspettarsi Obama non ha lesinato riferimenti al suo successore, Donald Trump, quando invece avrebbe preferito celebrare il passaggio di consegne a Hillary Clinton.

Nel suo discorso risuona l’appello fatto ai cittadini affinché rimangano vigili “contro ogni aggressione esterna” ma anche nei confronti di un progressivo “indebolimento dei valori che ci rendono ciò che siamo”.

Ma quello di Obama è anche un testamento politico, come si può dedurre dalle linee programmatiche delineate durante il commiato, durante il quale ha invitato tutti i democratici (e non) a scendere in campo in prima persona, se necessario: “La nostra democrazia è minacciata quando la consideriamo garantita. Quando ci limitiamo a criticare chi è stato eletto, e non ci facciamo delle domande sul ruolo abbiamo avuto nella sua elezione. Il più importante incarico in una democrazia è il vostro: il mestiere del cittadino. Non solo quando ci sono le elezioni, non solo quando i vostri interessi sono in gioco. Candidatevi per un incarico pubblico. Mettetevi in gioco, scendete in campo”.

Nella revisione di quanto fatto durante gli otto anni di mandato non sono mancati momenti di orgoglio, come quando è stata citata la morte di Osama Bin Laden o l’approvazione dei matrimoni omosessuali, ma anche autocritiche necessarie: rimangono il fardello della diseguaglianza sociale ed economica, le tensioni razziali ancora esistenti, l’islamofobia sempre più accesa, la sottovalutazione del surriscaldamento globale (altra stoccata a Trump).

E infine non sono mancate le lacrime quando Barack Obama ha ringraziato la moglie Michelle insieme alle figlie: “Non solo mia moglie e la madre delle mie figlie, sei stata anche la mia migliore amica. Sono fiero di te, l’America è fiera di te”.

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