L’ultimo bollettino della Bce – la Banca Centrale Europea – restituisce un quadro in cui la situazione lavorativa all’interno degli Stati membri viene sorretta dal fenomeno dell’immigrazione.

L’invecchiamento della popolazione europea viene infatti arginato dall’arrivo di nuove persone, sopratutto dai nuovi Paesi dell’Unione, in età lavorativa, facendo dunque crescere il tasso di popolazione occupabile.

Si legge infatti che “durante la ripresa l’immigrazione ha dato un ampio contributo positivo alla popolazione in età lavorativa, riflettendo soprattutto l’afflusso di lavoratori dai nuovi stati membri dell’Unione europea”.

In particolar modo ciò si è riflesso sulla forza lavoro di Germania e Italia, e in generale “sebbene l’offerta di lavoro nell’area dell’euro stia continuando ad aumentare, negli ultimi dieci anni il suo tasso di crescita ha subito un rallentamento“.

Ha contribuito alla ripresa economica anche la maggiore partecipazione femminile, aumentata a causa delle “divergenze esistenti fra il livello di istruzione degli uomini e quello delle donne”: in età lavorativa, infatti, la percentuale di donne con un alto grado di istruzione è maggiore rispetto all’analogo dato al maschile.

Ma da Francoforte arrivano anche moniti importanti per l’Italia. Il calo della disoccupazione registrato, infatti, non sarebbe davvero significativo perché non soddisferebbe nessuno dei tre indicatori invece riscontrati in Paesi come Spagna, Portogallo, Irlanda, Cipro e Slovacchia.

I criteri individuati dalla Bce per una riduzione significativa e duratura della disoccupazione sono i seguenti: un calo della disoccupazione di almeno tre punti percentuali in tre anni dopo il tonfo maggiore; il calo del tasso in tre anni dev’essere pari ad almeno il 25% del tasso iniziale; dopo cinque anni il tasso deve attestarsi stabilmente al di sotto di quello registrato all’inizio della crisi occupazionale.