Mercoledì 26 gennaio 1994, di sera. Sulle reti televisive nazionali apparve il volto di Silvio Berlusconi. Era un videomessaggio (il primo di una lunga serie) registrato poche ore prima nella sua residenza di Macherio, Villa Belvedere.

In poco meno di dieci minuti il proprietario e allora presidente della Fininvest annunciò la propria “discesa in campo”, cioè la partecipazione alle elezioni politiche che si sarebbero tenute due mesi dopo. Esattamente dieci giorni prima il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, aveva sciolto le camere, mettendo la parola fine alla cosiddetta prima Repubblica. Si sarebbe votato per la prima volta con un sistema elettorale in parte maggioritario, soprannominato mattarellum.

I tecnici televisivi applicarono una calza di seta sull’obiettivo della telecamera per attenuare le rughe del Cavaliere, secondo quanto raccontano Indro Montanelli e Mario Cervi nel libro “L’Italia di Berlusconi“, citando una testimonianza di Bruno Vespa. Sorriso tipico del televenditore che aveva creato un impero mediatico, Berlusconi esordì con queste parole: “L’Italia è il Paese che amo“. Subito dopo il motivo dell’ingresso in politica: “Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare“.

Nemico numero uno, i comunisti: “Le nostre sinistre pretendono di essere cambiate. Dicono di essere diventate liberaldemocratiche. Ma non è vero. I loro uomini sono sempre gli stessi, la loro mentalità, la loro cultura, i loro più profondi convincimenti, i loro comportamenti sono rimasti gli stessi. Non credono nel mercato, non credono nell’iniziativa privata, non credono nel profitto, non credono nell’individuo“.

La risposta, Forza Italia: “Il movimento politico che vi propongo si chiama, non a caso, Forza Italia. Ciò che vogliamo farne è una libera organizzazione di elettrici e di elettori di tipo totalmente nuovo: non l’ennesimo partito o l’ennesima fazione che nascono per dividere, ma una forza che nasce invece con l’obiettivo opposto; quello di unire, per dare finalmente all’Italia una maggioranza e un governo all’altezza delle esigenze più profondamente sentite dalla gente comune“.

Ovviamente non si trattava di una mossa a sorpresa, di una decisione improvvisa. Progetti del genere richiedono pianificazione. Forza Italia era nata da circa sei mesi; gli agenti di Publitalia, cioè l’esercito dei venditori della Fininvest, avevano creato una rete di club in piena espansione. Berlusconi (foto by InfoPhoto) vedeva la possibile affermazione della sinistra come un pericolo mortale non solo per il Paese, ma anche o soprattutto per le proprie aziende.

Il gruppo Fininvest dipendeva dagli ingenti prestiti bancari e dalle concessioni statali delle frequenze per l’emissione televisiva. Tolto dalla circolazione Bettino Craxi, uno Stato in mano alla sinistra, che avrebbe quindi controllato le grandi banche pubbliche e detenuto il potere di cambiare l’assegnazione delle frequenze, avrebbe potuto assestare un colpo mortale a Sua Emittenza, come all’epoca Berlusconi veniva soprannominato.

Timori del tutto giustificati. Le elezioni amministrative del 1993 avevano visto la sinistra vincere nelle maggiori città. Occorreva quindi una risposta alle prossime politiche. Ma servivano alleati. Vennero sondati il nascente Partito popolare italiano di Mino Martinazzoli, che aveva raccolto le ceneri della Democrazia cristiana, e Mario Segni, colui che aveva seppellito la legge elettorale a colpi di referendum. Ma le posizioni erano lontanissime. Berlusconi trovò quindi questi alleati in Umberto Bossi e Gianfranco Fini, leader rispettivamente della Lega e del Movimento sociale italiano, presto Alleanza nazionale. Un accordo tra un partito federalista ancorato al nord e uno statalista arroccato al sud. La prima delle tante contraddizioni che avrebbero caratterizzato la vicenda politica del Cav.

La lunga guerra era cominciata. La prima battaglia fu combattuta il 27 e 28 marzo 1994. Come spesso è accaduto, prima delle elezioni la sinistra aveva vinto. Dopo lo spoglio dei voti invece la realtà fu opposta. Silvio Berlusconi, il nuovo arrivato, aveva battuto l’armata guidata da Achille Occhetto e il suo Pds. Da lì a poco Scalfaro gli avrebbe, certamente a malincuore, conferito l’incarico di formare il Governo.

Dopo 20 anni di vittorie, sconfitte e tante promesse mancate, ancora oggi, nonostante la condanna giudiziaria e l’estromissione dal Parlamento con il voto di decadenza, vediamo Forza Italia e Berlusconi in pieno assetto di guerra contro i suoi nemici nella politica e nella magistratura. Una storia che non sembra essere terminata.