I risultati delle elezioni comunali stanno cominciando ad avere i loro effetti sui partiti, in particolare sul Pd. Come ha ammesso lo stesso Matteo Renzi, il Partito Democratico ha subito una sconfitta nei confronti del Movimento 5 Stelle e ora contro di lui se la prende l’ex segretario Pierluigi Bersani.

All’indomani dell’esito dei ballottaggi non troppo positivo per il Pd, in particolare a Roma e a Torino, sono aumentate le voci che richiedono un passo indietro da parte di Renzi per via del suo doppio incarico come presidente del Consiglio e come segretario del partito.

Tra coloro che chiedono non troppo velatamente che Renzi si limiti a fare il premier, lasciando il Pd in altre mani, vi è Pierluigi Bersani. Nel corso di un’intervista al programma di Rai 3 Agorà ha infatti dichiarato: “Se parliamo di partito, bisogna che qualcuno ne abbia cura. E che il partito abbia una sua autonomia. È inevitabile che uno che fa il presidente del Consiglio e il segretario pensi di utilizzare il partito in una giusta logica di sostegno alle azioni del governo, ma non deve essere solo questo. Perché poi succede che, mentre siamo in battaglia per le amministrative, bisogna fare i banchetti sull’Imu o la Tasi. Non è stata una grande idea”.

Bersani ha inoltre aggiunto: “Non ordina il dottore né di tenere assieme né separati i ruoli di premier e segretario. Ma fu Renzi a segnalare, col mio consenso, che il premier poteva essere diverso dal segretario. È una cosa ragionevole. Ma è solo una premessa per lavorare: un partito vive di politica prima di tutto. Per recuperare una presenza sul territorio e una militanza dobbiamo dare voce ai temi sociali”.

Oltre a Bersani, qualche critica a Renzi arriva anche dall’ormai ex sindaco di Torino Piero Fassino, che a Repubblica ha detto: “Cosa consiglio a Renzi? Di sicuro non di ridurre la forte tensione all’innovazione che lo spinge. Però ci vuole anche una maggiore attenzione a quella sofferenza sociale che nella società c’è. […] In Europa la guida del governo coincide quasi sempre con quella del partito. Poi, se uno guarda al modello più sperimentato, quello tedesco, vede che c’è un leader e poi c’è una figura forte, il numero due del partito, a cui è affidata la gestione. Mi sembra un modello ragionevole. Detto questo, non è un modello organizzativo che risolve i problemi”.