La Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il mancato rinnovo del contratto del pubblico impiego degli ultimi sei anni. La sentenza della Consulta, però, non riguarda il passato, come si può leggere anche nel comunicato ufficiale diramato dalla stessa Corte costituzionale: “La Corte Costituzionale, in relazione alle questioni di legittimità costituzionale sollevate con le ordinanze R.O. n. 76/2014 e R.O. n. 125/2014, ha dichiarato, con decorrenza dalla pubblicazione della sentenza, l’illegittimità costituzionale sopravvenuta del regime del blocco della contrattazione collettiva per il lavoro pubblico, quale risultante dalle norme impugnate e da quelle che lo hanno prorogato.La Corte ha respinto le restanti censure proposte“.

Blocco contratti statali: il ricorso

A presentare il ricorso contro il blocco del rinnovo dei contratti del pubblico impiego era stato il sindacato Confsal-Unsa. Il blocco era stato inizialmente introdotto nel corso di varie legislature, per rimediare al risanamento dei conto pubblici. La conferma dello stesso è poi avvenuta anche per mano del governo di Mario Monti.

Blocco contratti statali: le conseguenze della sentenza

Se il ricorso fosse stato accolto in pieno dalla Corte costituzionale, per lo Stato italiano si sarebbe potuto trattare di un bel salasso: almeno trentacinque miliardi di euro (che avrebbero coperto il periodo tra il 2010 e il 2015 e avrebbero avuto un effetto strutturale di tredici miliardi all’anno a partire dal 2016).

Con una sentenza parziale, invece, che esclude l’illegittimità del passato, i conti pubblici vengono posti al riparo ma, nonostante ciò, viene resa obbligatoria la riapertura dei contratti che interesserà oltre tre milioni di lavoratori del pubblico impiego.