Nel pomeriggio del 23 aprile di 7 anni fa un infarto, il secondo in pochi giorni, si portò via per sempre Boris Eltsin, ex presidente della Russia e protagonista indiscusso della delicatissima fase di transizione intercorsa tra la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la nascita della Federazione Russa. Qualche giorno prima era stato ricoverato d’urgenza per un altro attacco cardiaco al quale era riuscito a sopravvivere. Il primo a porgere le condoglianze ufficiali alla famiglia fu il suo principale avversario politico, quel Michail Gorbacev che aveva di fatto destituito nel drammatico 1991 e con il quale aveva sempre mantenuto un rapporto ambivalente (foto by InfoPhoto): “Esprimo le mie più profonde condoglianze alla famiglia di un uomo sulle cui spalle ci sono grandi meriti per il bene del paese e gravi errori. Un tragico destino“.

Boris Nikolaevic Eltsin nacque nel 1931 a Butka, un villaggio sperduto sugli Urali occidentali, e dopo il diploma di ingegnere edile intraprese la trafila nel KPSS, al quale aveva aderito nel 1961 e che lo portò nel giro di qualche anno a diventare segretario del Partito per l’oblast di Sverdlovsk. La svolta sella sua carriera politica giunse nel 1985, quando fu promosso a segretario della sezione di Mosca, naturalmente molto più importante. Da lì a poco Michail Gorbacev, diventato segretario generale del KPSS nello stesso anno, diede inizio all’epocale processo di riforme economiche che passò alla storia sotto il nome di perejstroika: un processo che Eltsin criticò aspramente perché condotto da quella stessa nomenklatura corrotta che aveva portato l’URSS sull’orlo del collasso economico, politico e sociale. La sua intransigenza lo promosse automaticamente a leader morale dei riformatori e, ovviamente, lo mise in rotta con il Politburo, dal quale fu cacciato nel 1988.

Gli eventi, tuttavia, avevano preso una piega irreparabile e Boris Eltsin fu pronto a cogliere il momento: dopo che il Partito, nel febbraio del 1990, aveva concesso agli stati membri dell’URSS la possibilità di elezioni libere, Eltsi colse la palla al balzo, si fece nominare presidente del Praesidium del Soviet Supremo, l’equivalente del capo dello stato dell’URSS comunista, e tre mesi più tardi dichiarò la sovranità della Russia, abbandonando al contempo il Partito. Quindi, il 12 giugno del 1991, prima elezione democratica della storia russa, Boris Eltsin fu eletto Presidente della Repubblica con il 57%, sconfiggendo il rivale Gorbaciov. La situazione di stallo che si era venuta a creare – la Russia e gli stati baltici avevano di fatto proclamato l’indipendenza, ma l’URSS non si era ancora dissolta – non poteva durare molto. Nell’agosto del ’91, con una catastrofe economica ormai alle porte, la corrente conservatrice del KPSS giocò la carta estrema del colpo di stato con l’obiettivo di deporre Gorbacev e impedire che l’inevitabile dissoluzione procedesse; il cosiddetto putsch di agosto fallì nel giro di tre giorni ed Eltsin, che aveva veementemente criticato i golpisti e ispirato la resistenza, ne uscì come trionfatore assoluto. Gorbacev rassegnò le dimissioni il 25 dicembre del 1991; il giorno dopo l’URSS aveva formalmente cessato di esistere.

Boris Eltsin, il comunista che aveva finito per odiare il comunismo, restò a capo della Federazione Russa fino al 31 dicembre del 1999, quando cedette il passo al delfino Vladimir Putin. Nel frattempo aveva sciolto il Parlamento, schiacciato nel sangue la conseguente rivolta (187 morti nell’ottobre del 1993, con tanto di bombardamento del Parlamento stesso), promulgato una nuova Costituzione ultra-presidenziale, spalancato le porte dell’economia russa ai cosiddetti “oligarchi” e alle organizzazioni criminali e minato la sua salute con fumo e vodka. Commise tanti errori, ma fu un convinto e autentico sostenitore della democrazia. Lo stesso non si può dire di chi l’ha seguito.

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