È arrivata la sentenza nel processo che vede imputato Umberto Bossi con l’accusa di vilipendio nei confronti dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il Senatur è stato condannato dal tribunale di Bergamo a 18 mesi.

Tutto era partito sul finire del dicembre 2011, quando Umberto Bossi nel corso di un comizio della Lega Nord tenutosi ad Albino, in provincia di Bergamo, aveva insultato l’allora presidente della Repubblica Napolitano, definito in particolare in quell’occasione “un terùn”. L’espressione offensiva in dialetto lombardo era stata inoltre accompagnata dall’allora segretario della Lega dalle corna fatte con la mano. Si era trattato di un comizio di fine 2011 particolarmente infuocato, visto che in quell’occasione Bossi ne aveva avute anche per Mario Monti, all’epoca dei fatti presidente del Consiglio.

La sentenza di condanna di 18 mesi arrivata al Tribunale di Bergamo rispetta la richiesta da parte del sostituto procuratore Gianluigi Dettori. Umberto Bossi è stato condannato con l’accusa di offesa all’onore e al prestigio del presidente della Repubblica e di vilipendio alle istituzioni, con l’aggravante della discriminazione razziale.

Non è stata accolta la richiesta da parte dell’avvocato di Bossi, Matteo Brigandì, che aveva chiesto che quest’ultima aggravante venisse esclusa: “perché Bossi rispondeva al pubblico che aveva detto teun”.

Non si tratta del primo caso di condanna per vilipendio nei confronti dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Nel novembre 2014 il giudice Laura D’Alessandro condannò per lo stesso reato Francesco Storace, che aveva definito “indegno” Napolitano. In quel caso era stata disposta la sospensione della pena, poiché erano state riconosciute le attenuanti generiche, visto che Storace si era recato dal presidente per chiedergli scusa.

Le scuse da parte di Storace non erano bastate comunque per fargli togliere la condanna, né gli poteva “essere riconosciuta l’immunità parlamentare” poiché le espressioni da lui usate in quella circostanza nei confronti dell’allora presidente erano “pesanti, insultanti e aggressive perché” offensive dell’istituzione “che rappresenta l’Unità d’Italia”.