Branding 2.0 è un evento denso di panel e di contenuti, è difficile prendere appunti, ma le cose che dicono qui meritano tutta l’attenzione di questo mondo. Questa roba dovrebbero ascoltarla i nostri parlamentari, ma forse sto pretendendo troppo.

La mattinata si era conclusa con una sensazione di disagio: l’Italia ha una cultura arretrata e diffidente. Uno dei problemi classici dell’imprenditoria italiana, ad esempio, è la mancanza di sostenibilità dell’errore: bisogna accettare, con buona pace dei vincenti, che in ogni settore esistono un tot di errori inevitabili, che vanno considerati non come il male assoluto, ma come esperienza, cioè vanno messi a frutto. In Italia abbiamo ancora troppa paura degli errori, e chi fallisce qui è finito, non ha futuro. Non dovrebbe essere così: i fallimenti sono comunque esperienze, si può e si deve imparare dagli errori.

I discorsi del pomeriggio vertevano tutti intorno al concetto di networking. In Italia i singoli individui (e quindi di rimando anche le aziende) non usano davvero le potenzialità della rete, non ragionano in termini di rete. Gli italiani, invece che chiedersi “come posso usare il web per fare qualcosa di buono”, si chiedono “cosa posso avere gratis attraverso il web, alla faccia degli altri?”.
Il momento attuale, però, è ottimo per cambiare. La crisi comporta la revisione dei vecchi modelli: quello che non funzionava prima ora funziona, e anche se le difficoltà sono evidenti è comunque il momento buono per sperimentare qualcosa di nuovo. Attraverso il web e le idee (non sembra, ma l’Italia è un pozzo di idee innovative) si può lavorare a modelli di businness che non siano semplicemente basati su consumo e vendita, ma piuttosto su percorsi di attribuzione di senso al consumo e al lavoro.

Un aspetto interessante e più concreto di questo discorso, ad esempio, è il co-working, che è sia un modo per risparmiare, sia una filosofia di lavoro, un modo innovativo di fare le cose. Si condivide la sede del lavoro e l’ufficio (dividendo le spese), ma si condividono soprattutto anche la passione, le idee, le iniziative, creando quindi uno spazio sociale dove ci si scambiano competenze, visioni del mondo, ci si stimola a vicenda, generando così un habitat che produce accelerazione d’impresa, un boost naturale e reciproco.

In conclusione, quello che occorre all’Italia, alla sua mentalità aziendale, universitaria e culturale, è l’idea stessa del co-working, e anche del semplice networking, per riuscire finalmente a uscire dall’isolamento egoistico degli italiani e riconoscere la ricchezza della rete di relazioni in cui si è inseriti, senza fossilizzarsi semplicemente sulla moneta o sul guadagno in senso stretto. Sembrerà retorico, ma la ricchezza non è soltanto nel denaro.
L’Italia è un paese di singoli talentuosi, ma stranamente incapaci di fare squadra, di essere davvero sinergici, come gruppi, come popolo, come nazione, a bassi e ad alti livelli, e questa è una mancanza, è la nostra povertà.
La mentalità è da cambiare, questo è risaputo, ma forse il networking è la strada.

(grazie a tutto lo staff di Branding 2.0 e al media partner dell’evento Gazduna)