Sono giorni di grande concitazione e tensione in Brasile, dove la capitale è stata presa d’assalto da migliaia di manifestanti (circa 25mila) che stanno chiedendo le dimissioni del presidente Michel Temer.

La situazione è sempre più violenta e il capo dello Stato insieme al ministro della Difesa ha deciso di far scendere in campo l’esercito, tra le proteste sia della maggioranza che dell’opposizione. Sono dunque stati reputati insufficienti i lanci di gas e granate lacrimogeni usati dalla polizia per disperdere gli attivisti.

Negli scontri sarebbero già state ferite 5 persone gravemente da colpi d’arma da fuoco, mentre altre 44 sarebbero rimaste contuse negli scontri. Il personale dell’esercito mobilitato comprenderebbe 1500 soldati e 200 marine. Tra gli obiettivi da presidiare ci sono il Tribunale Supremo Federale (TSF) e il Parlamento.

La scelta di convocare l’esercito assume connotazioni inquietanti in un Paese come il Brasile, che è uscita da una dittatura militare solo da 30 anni: Temer ha annunciato di voler riutilizzare il provvedimento, se necessario, e lo stesso sindaco di Brasilia, sollecitato dal Capo di Stato, aveva ritenuto eccessiva la misura.

La marcia dei manifestanti verso il palazzo presidenziale intanto continua, mentre è già stato evacuato il ministero dell’Agricoltura dopo l’irruzione di alcuni manifestanti, che hanno dato fuoco ad alcuni locali all’interno.

Temer è nell’occhio del ciclone dopo la pubblicazione di alcune registrazioni audio in cui si sente chiaramente ordinare il pagamento di alcune tangenti: il presidente è stato incriminato dal Tribunale Supremo Federale per corruzione passiva, intralcio alla giustizia e associazione a delinquere.

Tuttavia il procedimento potrebbe non andare avanti perché la registrazione potrebbe non essere ritenuta una prova giuridicamente valida. Ma il suo partito sta già pensando a un impeachment con successiva elezione indiretta della massima carica dello Stato.