Il salto è nel vuoto. Anche se di tentativi, per buttarsi, i britannici ne avevano già fatti diversi. Ancora prima di entrarci, nell’allora Comunità economica europea, lanciando progetti paralleli che portarono il Paese sull’orlo della crisi. E, al di là del referendum del 1975, ne hanno continuati a fare nei quarant’anni di questo rapporto problematico con l’Unione Europea. Difficile dire dove ci porterà il 52% con cui ieri il 72% degli elettori ha scelto la Brexit alla fine delle trattative con cui Bruxelles e Londra dovranno negoziare l’addio. Proviamo a delinearne una decina, coscienti che sta partendo un percorso che durerà almeno un ventennio e che in fondo sarà complesso rinunciare a un Paese importante come la Gran Bretagna. Andiamo sul dato pratico.

    • Valuta. Impossibile capire come si assesteranno i mercati. La sterlina sta precipitando ed è destinata ovviamente, anche nel medio-lungo periodo, a un forte calo nei confronti sia del dollaro che dell’euro. Anche la moneta unica sta subendo dei contraccolpi nei confronti del biglietto verde, bene rifugio come lo yen. Gli spread hanno iniziato il loro giro sull’ottovolante. Le Borse faticheranno a lungo.
    • Visti. Se già nell’Unione, con l’opt-out dagli accordi di Schengen, i controlli rimanevano precisi e puntuali, la libera circolazione torna a farsi complicata. In questo caso non tanto per gli europei, che erano abituati a sfoderare carta d’identità o (meglio) passaporto ma per i britannici. Che dopo il trattato diventeranno extracomunitari. Sulla battaglia dei visti, da sempre simbolica, si giocherà una parte degli accordi.
    • Viaggi. I britannici sono grandi viaggiatori e adorano l’Europa del Sud (ma solo per le vacanze). La sterlina è destinata a deprezzarsi notevolmente, il potere d’acquisto scenderà e il mercato turistico ne risentirà notevolmente. Così come aumenteranno i prezzi dei trasporti aerei. Se l’euro saprà riprendersi, potrebbe al contrario non essere più un salasso visitare il Regno Unito per i 27 dell’Ue.
    • Economia. Tutte le analisi dei giorni precedenti parlano di un Pil in caduta con una contrazione di 100 miliardi nei prossimi quattro anni, fino al 2020. I posti di lavoro a rischio potrebbero sfiorare il milione. D’altronde molte multinazionali avevano avvisato i lavoratori: se uscite ce ne andremo. Molto dipenderà dalla fiscalità e dagli accordi commerciali che deriveranno, per esempio dalla eventuale reintroduzione di dazi e tasse per beni e servizi. Certo anche nei confronti delle esportazioni i 27 perderanno un partner prezioso: solo per dirne una, l’export italiano verso il Regno Unito vale 12 miliardi di euro. Rischia un calo di 1,7.
    • Lavoro. Occorrerà, in quanto Paese extracomunitario, sia per i britannici all’estero sia per gli europei nel Regno Unito, un permesso di soggiorno legato a un impiego. Finisce la libera circolazione di persone, beni e servizi. Moltissimi europei, specie i più giovani, vivranno un’esperienza che non hanno mai assaporato: quella di non sentirsi, nonostante tutto, a casa. Di sentirsi diversi. Per non parlare, su scala macroeconomica, della delocalizzazione.
    • Geopolitica interna. Torneranno i confini. Il problema non è tanto Gibilterra, dove la Spagna potrebbe chiudere tutto, quanto quelli fra le due Irlande. Dopo gli accordi di pace del 1996 erano scomparsi, ma in virtù di una reciproca appartenenza all’Unione Europea. Potrebbero tornare, restituendo concretezza (controlli, visti, ispezioni) alle mai sopite rivendicazioni unitarie dei cattolici dell’Ulster. Anche la Scozia, europeista, tornerà senz’altro al voto. C’è insomma il rischio che la Brexit dissolva il regno.
    • Geopolitica internazionale. Il Regno Unito era ed è un partner privilegiato degli Stati Uniti. Nonché una testa di ponte in seno all’Unione. Barack Obama era del tutto contrario alla Brexit. In primo luogo si parla di economia, in secondo di peso specifico degli Usa nel Vecchio Continente: se ne va dal tavolo il migliore alleato di Washington.
    • Pensioni. Si apre un buco nero sia per gli espatriati britannici che per chi lavora nel Regno Unito. Costoro dovranno attendere le decisioni dei trattati che arriveranno nei prossimi anni per capire in che misura i loro versamenti saranno tutelati e protetti dall’uscita. Stesso discorso per il fronte sanitario.
    • Paradiso offshore. La Gran Bretagna rischia di trasformarsi ancora di più in una Bengodi della criminalità internazionale e del riciclaggio di denaro proveniente da ogni genere di attività illecita planetaria, dal narcotraffico alla corruzione. I suoi territori d’Oltremare godranno ora di meno problemi rispetto ai pochi che già esistevano, così come la stessa Londra, per alcune pratiche sempre al limite della correttezza con gli (ex) partner europei.
    • Rilancio dell’integrazione. In fondo la Gran Bretagna non ha mai puntato sull’Unione Europa. In altre parole, con questo referendum Bruxelles non ha più scuse: l’Europa politica ha ora l’opportunità preziosissima di cambiare marcia, trovando legittimazione e fornendo risposte ai cittadini, paradossalmente uscendo con decisione dalla crisi più profonda che abbia mai vissuto. O fra cinque anni, quando avremo la possibilità di capire come se la passino davvero i britannici stiano, l’exit sarà di massa.