Come nel famoso film di Peter Hovitt, Sliding Doors, le due possibili trame di exit e remain sono accomunate da motivazioni e dall’accadimento di alcuni eventi che l’Europa è destinata a vivere nello spazio di questa settimana, a prescindere dai percorsi che saranno intrapresi successivamente.

Nel caso Exit VS Remain la trama di fondo è però quella politica, non quella economica.

L’incubo che stanno vivendo economisti e investitori è destinato a dissolversi in un risveglio fatto di grigiori molto meno incerti. Dentro o fuori dalla Ue le turbolenze finanziarie non mancheranno, ma nel breve periodo le scosse di assestamento con epicentro londinese avranno una magnitudo contenuta e circoscritta.

La vera preoccupazione è sugli effetti di lungo termine: una dipartita britannica dall’UE  potrebbe intensificare le forze politiche euroscettiche che si agitano in una mezza dozzina di Paesi.

Il risentimento contro l’Europa invadente e l’immigrazione sembra essere alla base del malcontento in ampi segmenti della società britannica.

Lo stesso risentimento che serpeggia da tempo in molti paesi europei e rischia di manifestarsi con una grande affermazione negli imminenti appuntamenti elettorali europei e di innescare un effetto domino in altri paesi.

Per la prima volta dall’inizio della grande crisi tornano a dominare le sliding doors della politica, le trame ruotano solo indirettamente e in modo mediato nel campo dell’economia.

Nell’immediato il destino politico dell’ Europa è legato alle trame, agli eventi e alle motivazioni generate da una crisi secolare con il suo portato di disoccupazione, povertà e immigrazione che collassano nelle coincidenze di alcuni appuntamenti cruciali.

Cambiamenti epocali e coincidenze che possono sovvertire la vita sociale e politica, prefigurando un destino diverso da quello del suo recente passato.

Il primo appuntamento, quello dei ballottaggi delle comunali italiane, ha già sentenziato l’affermazione del grillismo, movimento tendenzialmente populista e euroscettico, che va oltre alla conquista di una grande capitale europea.

Entro questa settimana ci saranno gli esiti di altri due appuntamenti: il referendum inglese appunto e le elezioni spagnole. Una mezza vittoria dei “remain” in Gran Bretagna ed una affermazione à la 5 stelle di Podemos in Spagna avrebbe il sapore di una sconfitta dell’ordine politico tradizionale e dell’ establishment europeo. Renzi minacciato dall’ascesa grillina, Cameron indebolito anche dall’ eventuale Bremain, Rajoy ridimensionato a Madrid, Hollande e Merkel  alle prese con partiti e movimenti nazional-populisti interni.

Sono queste le scosse telluriche che metterebbero l’establishment europeo di fronte a spinte centrifughe ben più potenti di una uscita di Londra dalla Ue e delle sue conseguenze economiche.

L’eclisse della “ragion” economica

Del resto i tentativi di fornire delle spiegazioni economiche alla Brexit da parte dei più autorevoli centri studi (dall’ IMF all’ OECD, dal CER al NIESR) non forniscono infatti argomentazioni razionali a supporto.

Queste analisi evidenziano che la Brexit  provocherebbe impatti negativi sostanziali e permanenti all’economia britannica nel suo insieme sotto tutti i punti di vista, sia che riguardino salari, produttività, occupazione, imprese, crescita, borse, banche, welfare, debito pubblico, bilancia commerciale e investimenti esteri. Per l’Europa nel suo complesso gli impatti su economia reale e sull’ euro sarebbero poco significativi e comunque limitati, con un aumento del premio per il rischio sui mercati finanziari UE e , nel medio periodo, con un ridimensionamento dei flussi commericiali.

Non c’è una spiegazione razionale in chiave macroeconomica della popolarità della Brexit.

In questo quadro meritano particolare attenzione gli impatti sul settore finanziario, fondamentale per UK in considerazione del ruolo della City quale hub finanziario a livello internazionale. Certamente l’exit determinerebbe un contesto di forte incertezza generata da mancanza di prevedibilità sui diversi accordi possibili tra le parti.

In caso di Brexit, se UK non rimanesse nella EEA-European Economic Area (best case che implicherebbe il rispetto delle direttive già emanate: Pil -3/4%, deprezzamento sterlina -10/15%, indici azionari  -15/20%, riduzione flussi commerciali), si aprirebbe uno scenario più negativo con rilevanti impatti, quali:

  • perdita del passaporto finanziario, che impatterebbe in misura maggiore sulle banche UK ed extra-UE basate in UK, che dovrebbero dotarsi di subsidiaries in UE per continuare ad erogare i loro servizi nei paesi membri;
  • rilocalizzazione di parte o  tutto il business delle banche europee che a Londra hanno importanti sedi operative da cui svolgono servizi finanziari;
  • indebolimento dello status di hub finanziario globale della City dovuto alla migrazione su altre piazze finanziarie UE di staff, segmenti di business, know-how, competenze tecniche e infrastrutture tecnologiche;
  • realizzazione della Capital Markets Union in assenza di UK con un approccio meno orientato al mercato e una regolamentazione priva di contributi tecnicamente più sofisticati.

Una redistribuzione “lose-lose

Guardando il fenomeno con una lente più micro emergono però fattori redistributivi che possono dar conto delle diverse propensioni e motivazioni.

La reintroduzione di nuove tariffe e barriere doganali nel commercio con l’Europa e internazionale tende a proteggere le imprese dei settori a bassa produttività e penalizza quelle più orientate all’esportazione, esposte alla competizione globale, e quelle che operano nel settore dei servizi avanzati, incluse quelle del settore finanziario.

Il mix quali-quantitativo dei lavoratori in questi due macrosettori è diverso: ad elevata intensità di lavoro e non specializzato il primo, ad elevata intensità di lavoratori istruiti e specializzati il secondo. Il ribilanciamento di domanda e offerta aumenterà la produzione del primo settore riducendo la produttività media delle imprese, ma anche le disuguaglianze salariali. Aumenterà quindi la domanda di lavoratori non specializzati da parte delle imprese locali e di conseguenza il loro salario.

I britannici favorevoli all’uscita dalla UE sono più numerosi tra coloro che appartengono alla working class, hanno istruzione medio bassa, sono maschi di età superiore ai 50 anni e abitano nelle regioni più orientate all’export. Tra i contrari sono più numerosi i giovani, la classe media istruita e ampi segmenti dell’ upper class.

Ovviamente gli impatti di un’uscita sono più articolati e complessi, ma nell’immaginario di ampi segmenti della società inglese sono questi quelli che pesano, cosi come sono determinanti quelli che secondo posizioni populistiche deriverebbero dalla limitazione dell’ immigrazione. Meno lavoratori unskilled “importati” equivale a maggiore domanda e maggiore salario per i residenti.

Queste considerazioni hanno il fiato corto anche alla luce di fenomeni e trend molto più dirompenti. Il cosiddetto quantitative easing e le nuove tecnologie hanno una portata di ordini di grandezza superiori: il costo del denaro derivante da zirp e nirp alimenta un crescente processo di spiazzamento del lavoro a favore del capitale. Si investe in capitale fisso con una leva finanziaria ai costi più bassi degli ultimi 500 anni o in assunzioni di lavoratori?

Insomma, la fuoriuscita da un’area che bene o male tende a promuovere le logiche di libero scambio riduce il benessere della società. Oltre a ridurre la concorrenza favorisce il potere di mercato delle imprese locali inefficienti, mantiene le aree di rendita pubbliche e private, non aumenta la scala di produzione e dimensionale delle imprese e riduce gli incentivi alla ricerca e sviluppo ed all’innovazione.

Condizioni che sembrano riflettere lo status socio economico e soprattutto politico del nostro Paese, che è dentro l’Europa a tutti gli effetti e che nel campo dell’innovazione non è certo un campione.

L’innovazione che rallenta

Secondo autorevoli analisti per l’Italia gli impatti economici di una eventuale Brexit risulterebbero tra i meno significativi in Europa, solo l’Austria sarebbe meno impattata di noi.

L’uscita della Gran Bretagna, il Paese dove in Europa si sviluppa con maggiore slancio, dinamismo, risorse, il fenomeno dell’ innovazione e delle startup tecnologiche, è una questione che potenzialmente potrebbe avere effetti strutturali non solo sulla crescita della sua economia, ma anche per l’Europa e in particolare per l’Italia, in cui il motore fondamentale dello sviluppo rischierebbe di rallentare ulteriormente.

Londra è a tutti gli effetti la capitale europea delle nuove imprese innovative con 8,2 miliardi di euro di investimenti (dati aggiornati al 2016), 207 miliardi di fatturato e 274 mila startup attive. Tra queste ci sono anche quelle fondate e sviluppate in Gran Bretagna da molti italiani e altre che operano sul mercato britannico.

Molti  imprenditori e innovatori italiani attivi in UK ritengono che la Brexit possa portare solo conseguenza negative per l’ innovazione: Londra perderebbe il suo appeal nell’ accesso a talenti e funding, le startup UK based non potrebbero più avvantaggiarsi delle norme per l’accesso al mercato europeo, l’ industria del venture capital sarebbe fortemente ridimensionata a livello europeo, molte giovani imprese potrebbero migrare altrove.

I sondaggi testimoniano infatti che le startup, che hanno l’internazionalizzazione nel loro DNA,  sono contrarie alla Brexit come le grandi imprese. Sono le organizzazioni più dinamiche quelle in cui lavorano gli elettori contrari.

Ma anche chi ha la sede in altri paesi europei ha bisogno di connessioni, partnership e talenti britannici nei loro team.

Gli sforzi per lo sviluppo di un “sistema startup” con DNA europeo per rendere l’Europa il miglior luogo in cui far nascere e sviluppare un’impresa, subirebbero un duro colpo con il permanere di ecosistemi frammentati caratterizzati da situazioni autoreferenziali e distaccate dalle best practice internazionali.

E se fosse andata in modo diverso?

L’ eventuale Brexit sarebbe un gioco a somma negativa: meno sviluppo, meno risorse per la redistribuzione, meno innovazione. Solo nella finzione delle sliding doors cinematografiche  ci si può chiedere: “E se fossa andata in modo diverso?”

La Brexit non rappresenterebbe un mero incidente di percorso, si tratterebbe di un nuovo percorso, un punto di non ritorno che non prefigura sviluppi visionari o progettuali rassicuranti per le giovani e future generazioni.

In particolare per un’Italia  incapace di liberarsi da un immobilismo paralizzante e dannoso, oscillante tra velleitarie vocazioni europeistiche e revanscismi anti comunitari perniciosi.

*Analisi di Paolo Marizza, Innoventually Corporate Dev. Officer e Partner Financial Innovations