Con 8 voti a favore e 3 contrari la Corte Suprema britannica ha stabilito che sarà necessario che il processo di uscita dall’Unione Europea da parte del Regno Unito – la cosiddetta Brexit – dovrà essere votato in Parlamento.

Camera dei Lord e camera dei Comuni dovranno dunque formalmente ratificare la decisione presa dal popolo britannico durante il referendum consultivo, come da procedura descritta nell’articolo 50 del Trattato di Lisbona.

È stato dunque respinto il ricorso del governo di Theresa May, che per la seconda volta ha visto frustrate le proprie iniziative (in autunno la medesima decisione era stata presa dall’Alta Corte di Londra).

Nondimeno sono già iniziate le operazioni, con il ministro per la Brexit David Davis che ha già approntato la prima proposta di legge che dovrà essere vagliata in Parlamento, con un dibattito il cui avvio è previsto in tempi brevi, come da scadenza fissata dalla premier,che intende fare iniziare i negoziati entro la fine di marzo.

Secondo le prime previsioni nessun partito dovrebbe mostrarsi contrario, per non contrastare la volontà popolare, per quanto il leader laburista Jeremy Corbyn abbia già chiesto che il voto del Parlamento sia giustificato, e non si limite a ratificare quanto espresso in sede di referendum.

L’opposizione è intenzionata a fissare delle condizioni da includere nelle trattative, e in particolare il partito liberal-democratico che sia proposto un secondo referendum sull’accordo finale per la fuoriuscita dall’Unione Europea.

L’effetto collaterale della decisione della Corte Suprema è anche l’aver negato l’autonomia decisionale dei parlamenti autonomi di Scozia, Irlanda del Nord e Galles, che non potranno deciderà da soli sulla Brexit, nonostante da tempo i primi due Stati abbiano già minacciato la secessione per rientrare in Europa.