Cambiare sesso dopo aver contratto un regolare matrimonio, non comporta la cessazione ex lege delle nozze celebrate. Lo ha stabilito la Suprema Corte di Cassazione, in attesa che il parlamento si pronunci definitivamente sulla questione. La Cassazione ha infatti applicato al modello di unioni omoaffettive quello delle unioni matrimoniali.

La sentenza della Suprema Corte è arrivata dopo il ricorso di una coppia emiliana: sposata con nozze concordatarie, nel corso del matrimonio lui aveva deciso di cambiare sesso e di diventare donna. Nonostante questo, la moglie non ha mai chiesto il divorzio e l’unione è proseguita per volere di entrambi i coniugi. A far cessare il matrimonio, però, è intervenuta la legge, che prevede l’annullamento delle nozze nel caso in cui uno dei coniugi decida di cambiare sesso. La coppia ha deciso di fare ricorso contro il provvedimento e si è opposta a quello che è stato definito, a tutti gli effetti, un divorzio imposto. Ottenendo, oggi, la tutela da parte della Cassazione.

Secondo quanto scritto nel dispositivo della sentenza: “La pronuncia n.170 del 2014 della Consulta che ha dichiarato l’illegittimità del divorzio ‘forzato’ in casi come questo, non è stata solo un «monito» ma una decisione «autoapplicativa e non meramente dichiarativa. Pertanto l’adeguamento alle indicazioni della Consulta non può che comportare la rimozione degli effetti della caducazione automatica del vincolo matrimoniale sul regime giuridico di protezione dell’unione, fino a che il legislatore non intervenga a riempire il vuoto normativo, ritenuto costituzionalmente intollerabile, costituito dalla mancanza di un modello di relazione tra persone dello stesso sesso all’interno del quale far confluire le unioni matrimoniali contratte originariamente da persone di sesso diverso e divenute, mediante la rettificazione del sesso di uno dei componenti, del medesimo sesso“.