Venerdì 3 settembre 1982, Carlo Alberto Dalla Chiesa, 59 anni, generale dei carabinieri, da cinque mesi prefetto di Palermo, da soli 54 giorni sposato con Emanuela Setti Carraro, contatta uno dei suoi ex sottufficiali più fidati: gli chiede di andare a Palermo, ha problemi di sicurezza personale, la cosa è urgente. Poi chiama la figlia Rita: le racconta di aver ricevuto strane telefonate da qualcuno che talvolta si è presentato come giornalista, altre come maggiore dei carabinieri; un altro invece voleva sapere se sua moglie era in casa, ma ha riagganciato la cornetta quando il centralinista della prefettura gli ha chiesto se desiderasse parlare col generale in persona. Senza dimenticare che il 10 agosto, dopo l’ennesimo delitto di mafia, una telefonata ai giornali avvertiva: «L’operazione da noi chiamata Carlo Alberto l’abbiamo quasi conclusa. Dico: “quasi conclusa”».  Quella stessa sera il generale Dalla Chiesa e la moglie Emanuela cadranno vittime di un terribile agguato. Sui loro corpi oltre trenta proiettili.

Carlo Alberto Dalla Chiesa nasce il 27 settembre 1920 a Saluzzo, provincia di Cuneo. A soli 21 anni partecipa alla guerra in Montenegro. Un anno dopo indossa la divisa dei carabinieri (foto by InfoPhoto) e riceve il suo primo incarico in Campania, alle prese con il bandito La Marca. Nel 1943, dopo l’armistizio, rifiuta di combattere i partigiani e finisce nella lista nera delle SS: per mesi è responsabile delle trasmissioni radio clandestine di informazioni per gli americani. Terminata la guerra completa gli studi in Giurisprudenza a Bari, dove prende anche una seconda laurea in Scienze politiche (seguendo il corso di Aldo Moro). Qui conosce Dora Fabbo e il 29 luglio del ‘45 i due si sposano a Firenze. Il 31 agosto 1947 nascerà Rita, prima figlia di Carlo Alberto e Dora.

Nel 1948 Dalla Chiesa, col grado di capitano, giunge per la prima volta in Sicilia, a Corleone e indaga su numerosi omicidi, tra cui quello del sindacalista socialista Placido Rizzotto. Nel ‘49 nasce Nando, secondogenito della coppia e quello stesso anno Dalla Chiesa indica in Luciano Liggio il responsabile dell’omicidio Rizzotto, denunciandolo alla magistratura di Palermo, insieme a Pasquale Criscione e Vincenzo Collura.

Nonostante il buon lavoro svolto viene trasferito a Firenze, dove il 23 ottobre 1952 nasce Simona. Nel febbraio del ’53 Dalla Chiesa è insignito della medaglia d’argento al valor militare con la seguente motivazione: «Durante nove mesi di lotta contro il banditismo in Sicilia cui partecipava volontario, dirigeva complesse indagini e capeggiava rischiosi servizi, riuscendo dopo lunga, intensa ed estenuante azione a scompaginare ed a debellare numerosi agguerriti nuclei di malfattori responsabili di gravissimi delitti. Successivamente, scovati i rifugi dei più pericolosi, col concorso di pochi dipendenti, riusciva con azione rischiosa e decisa a catturarne alcuni e ad ucciderne altri in violento conflitto a fuoco nel corso del quale offriva costante esempio di coraggio». Nel 1966 Carlo Alberto Dalla Chiesa torna in Sicilia con il grado di colonnello e grazie al lavoro suo e dei suoi uomini finiscono in manette 76 boss, tra cui Frank Coppola (Frank Tre dita) e Gerlando Alberti.

Nel 1974, Dopo il sequestro del giudice Sossi, a Genova, Dalla Chiesa infiltra nelle Br un suo uomo, riuscendo ad arrestare i padri storici del brigatismo, tra cui Renato Curcio e Alberto Franceschini. Il 20 maggio 1974 costituirà quindi il Nucleo speciale antiterrorismo.

Ma proprio quando Carlo Alberto è all’apice della carriera, il 19 febbraio ‘78, a Torino, Dora muore d’infarto. Durante i funerali il cappellano militare la definisce «la vittima più silenziosa del terrorismo».

Nell’agosto di quello stesso anno Dalla Chiesa sfida ancora le Br: dopo il caso Moro il generale riceve l’incarico di coordinare la lotta al terrorismo insieme a un gruppo di cinquantina investigatori. In pochi mesi si giunge agli arresti di via Monte Nevoso: il 1 ottobre viene preso a Milano Lauro Azzolini, quindi la squadra irrompe nel covo e arresta Nadia Mantovani e Franco Bonisoli.

Nel ’79 il Generale Dalla Chiesa viene messo al comando della prestigiosa Divisione Pastrengo a Milano. Nel febbraio del 1980 sarà responsabile dell’arresto del brigatista Peci che, pentitosi, rivela alcuni indirizzi dove le Brigate rosse nascondono armi. Tra questi, anche quello di via Fracchia 12, a Genova, dove gli uomini dell’antiterrorismo faranno irruzione 28 marzo.

Giungiamo così al maggio 1980 quando, proprio a Genova, durante una sfilata degli alpini, una crocerossina volontaria si avvicina al generale e gli porge un garofano rosso. Su un bigliettino le scrive dei ringraziamenti. La ragazza è Emanuela Setti Carraro, 29 anni. I due si rincontreranno il 20 maggio, a casa di lei: non passa molto tempo prima che scoppi l’amore. Nel frattempo Carlo Alberto Dalla Chiesa, che i suoi uomini chiamano Dallas, diventa vicecomandante generale dell’Arma dei carabinieri, la massima carica, riceve la croce d’oro per anzianità di servizio, la medaglia d’oro di lungo comando, il distintivo di ferita in servizio, 38 encomi solenni e una medaglia mauriziana.

E’ quindi il 2 aprile 1982 quando il comitato interministeriale formato dal presidente del Consiglio Spadolini e dai ministri Rognoni, Formica, Altissimo e Di Giesi nomina Carlo Alberto prefetto di Palermo. L’emergenza mafia è in continua crescita: 10 morti nel 1980, 50 nel 1981, quasi 20 nei primi mesi del 1982.

Il 30 aprile del 1982 vi giunge con procedura d’urgenza, a poche ore dall’assassinio del segretario del Pci, Pio La Torre, terzo uomo politico ucciso dalla mafia tra il ’79 e l’82, dopo Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980) e Michele Reina (9 marzo 1979), non prima però di aver chiesto la mano della bella Emanuela.

In soli due mesi Dalla Chiesa assesta un altro colpo alla mafia  inviando il rapporto dei 162, mappa del crimine organizzato. Secondo le sue indagini, al vertice ci sono i Greco di Ciaculli e i Corleonesi. Per 20 giorni i magistrati tacciono, poi spiccano 87 mandati di cattura cui seguono 18 arresti. Restano latitanti una ventina dei più grossi tra cui Michele Greco, il Papa, braccio violento di suo zio Totò Greco. Segue un rapporto della Guardia di Finanza sul mondo delle false fatture e dei contributi pubblici finiti nelle tasche di noti esponenti di Palermo e Catania. Il generale avvia inoltre un’indagine sui registri di battesimo e nozze per vedere quali politici abbiano presenziato a eventi di famiglie mafiose; riesamina vecchie voci di pranzi di ex-ministri con potenti boss e con dodici agenti della Guardia di Finanza fa setacciare 3.000 patrimoni.

E’ il 10 luglio del 1982 quando Carlo Alberto convola a nozze con Emanuela Setti Carraro, 32 anni, infermiera volontaria della Croce Rossa. Appena un mese dopo, il 10 agosto 1982 i carabinieri di Palermo ricevono una telefonata: «Siamo i killer del triangolo della morte. Con l’assassinio di oggi l’operazione Carlo Alberto è quasi conclusa. E sottolineo: quasi conclusa». Il prefetto Dalla Chiesa gira per la città praticamente senza scorta, ma in casa, a villa Pajno, lui e sua moglie sono costretti a vivere con le persiane chiuse. Si sente abbandonato dalle istituzioni. Concede un’intervista a Giorgio Bocca sulla Repubblica per chiedere sostegno da parte dello Stato: la situazione sta precipitando.

3 settembre 1982: Emanuela Setti alla madre «Ho nostalgia della vita passata nella villa di campagna […] ma il nostro dovere era di ritornare qui, sempre in prima linea, perché questa è proprio guerra, sai?, e delle più difficili da combattere. Prega per Carlo, prega per noi, anzi “aleggia”, come dici tu. Carlo, te l’ho detto, è un po’ nervoso e preoccupato, ma non vuole farlo capire, desidera che i suoi figli siano tranquilli. È stato troppo militare. Ha affrontato la situazione di petto. Non ha saputo essere un politico. Ha detto le cose con troppa franchezza a tutti, anche a quelli ai quali non doveva dirle. Ha lavorato allo scoperto, con onore, con chiarezza. È andato di persona nei municipi, ha guardato con profondità nelle segrete cose. Ha agito con troppo coraggio. Non si rassegna all’omertà. Le minacce di morte sono continue». Quindi si prepara per uscire, come spesso capita va a prendere il marito in prefettura. Alle 21,10 Carlo Alberto Dalla Chiesa siede sul sedile passeggero, alla guida della A112 sua moglie. Dietro di loro, su un’Alfetta, l’agente in borghese Domenico Russo, 32 anni. Imboccano via Cavour, girano per via Francesco Crispi, costeggiano il porto e risalgono verso piazza Politeama. Quindi si apprestano a girare per via Isidoro Carini, quando due auto (una Bmw 518 e una 131) si affiancano alla A112 e sparano con un kalashnikov. Il generale tenta di far scudo alla moglie con il suo corpo, ma è inutile: Emanuela, colpita al torace e al capo, muore subito, lui qualche istante dopo. Sui loro corpi trenta proiettili. La macchina si schianta contro il muro, all’angolo di via Carini. A poca distanza, l’agente Russo tenta di reagire, ma è a sua volta affiancato da una moto Suzuki da cui viene aperto il fuoco. L’auto va a sbattere e prende fuoco. Poco dopo un a telefonata ai carabinieri: «Andate un po’ a vedere, ci sono dei cadaveri su un’A112». I soccorritori non possono far altro che accertare la morte di Emanuela Setti Carraro e del prefetto di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa. Domenico Russo viene trasportato in ospedale d’urgenza. Morirà il 15 settembre. In tutto sono state sparate più di trecento pallottole.

Il giorno seguente viene eseguito il sopralluogo a villa Pajno, dove la coppia viveva: non si riesce a trovare la chiave della cassaforte. Sul luogo dell’agguato, il cartello scritto da un anonimo cittadino: «Qui è morta la speranza dei siciliani onesti».

Domenica 5 settembre, alle 15 del pomeriggio, a sole 18 ore dall’omicidio, i funerali ufficiali nella chiesa di San Domenico. Al termine della messa, spesso interrotta da proteste contro i politici, questi vengono fischiati e aggrediti dalla folla: contro il ministro Rognoni viene scagliata una bottiglia d’acqua, contro Spadolini lancio di monetine. Nando Dalla Chiesa confida ai giornalisti: «Secondo me l’hanno ucciso perché è stato l’unico prefetto che è venuto qui a parlare di mafia vera, a cercare di farli venir fuori. In questi ultimi giorni forse aveva capito qualcosa in più: ed ecco la fine che ha fatto». Infine le bare vengono portate al cimitero di Parma, sepolte accanto a Dora Fabbo, la prima moglie di Dalla Chiesa.

Mercoledì 8 settembre, a villa Pajno, in uno dei cassetti già ispezionato viene ritrovata una chiave, accanto un biglietto con scritto «chiave della cassaforte», ma il forziere è vuoto. I documenti che custodiva sono spariti.

Dopo oltre trent’anni dalla strage di via Carini la giustizia italiana, grazie alle rivelazioni dei pentiti come Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci, è riuscita a condannare in via definitiva i mandanti di Cosa nostra, i boss Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci. Nel 2002 si arrivò anche alla condanna di alcuni degli esecutori come Vincenzo Galatolo, Giuseppe Lucchese e Antonino Madonia, condannati all’ergastolo, mentre i pentiti Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci vennero condannati a 14 anni. Ma a distanza di anni restano ancora le ombre sui mandanti esterni di quella strage.

Già nei giorni immediatamente successivi l’omicidio sparirono misteriosamente i documenti dalla cassaforte nascosta nell’abitazione del prefetto e più recentemente si è scoperto che altri documenti sarebbero stati trafugati dalla valigetta che si trovava all’interno dell’automobile la sera dell’attentato. Secondo le rivelazioni di un anonimo, in quella valigetta il prefetto di Palermo avrebbe conservato documenti importanti «soprattutto nomi scottanti riguardanti indagini che dalla Chiesa sta cercando di svolgere da solo». Quella stessa valigetta venne ritrovata dagli inquirenti nei sotterranei del Palazzo di giustizia di Palermo. Completamente vuota.

«Un omicidio di altissima valenza destabilizzante sul piano nazionale, e internazionale, non può essere stato commissionato né da Totò Riina né da Bernardo Provenzano», sostiene Giuseppe De Lutiis, uno dei più autorevoli studiosi di eversione e poteri occulti. «Dalla Chiesa ha in un certo senso “provocato” la reazione della mafia e dei suoi protettori politici e istituzionali. Prima di lui nessuna autorità di alto livello aveva sfidato i poteri collusi in maniera così ostentata».

Una strage in cui, «come in tutti gli assassinii eccellenti è possibile riconoscere causali complesse: e tuttavia la ricerca della verità è frenata da trame e depistaggi sui quali non si è mai fatta piena luce» dichiarò il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso in occasione del trentesimo anniversario dell’omicidio del generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. «E’ questo quadro – continua Piero Grasso – nel quale resistono da decenni ampie zone d’ombra, a far pensare che la mafia non fosse l’unica responsabile della trama criminale ma che abbia svolto il ruolo di “braccio armato” per interessi propri e di altri poteri».