Il processo di revisione del caso Ilaria Alpi, al via domani presso la Corte d’Appello di Perugia, dovrà riprendere da alcune novità importanti emerse pubblicamente negli ultimi giorni.

Come si ricorderà per l’omicidio della reporter e del suo operatore Miran Hrovatin, uccisi il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, Somalia, è stato condannato a 26 anni di carcere Omar Hassan Hashi.

L’intero impianto accusatorio verrebbe però meno, in quanto sono apparse pesanti ombre sulla dichiarazione resa dall’ex ambasciatore Giuseppe Cassini nel corso di una seduta secretata, alla presenza della Commissione parlamentare d’inchiesta.

Nell’intervenuto avvenuto più di 10 anni fa – nell’ottobre del 2004 – l’uomo affermò che non si poteva prendere in considerazione la testimonianza fornita dall’autista delle due vittime, Abdi, in quanto personaggio in grado di “dire qualunque cosa pur di sopravvivere”. Abdi è stato uno dei due testimone chiave nella vicenda processuale, e le parole di Cassini, ora diplomatico in Somalia, sono state desecretate solo in questi giorni.

Il secondo perno dell’accusa è rappresentato da Ahmed Ali Rage, conosciuto come Gelle, ovvero l’altro testimone a sfavore di Hashi Hassan. La difesa infatti chiederà che venga acquisito il verbale della recente testimonianza resa al pm Ceniccola in Inghilterra, che riprende quanto detto a Chi l’ha visto? nel 2015.

Gelle aveva infatti affermato di aver intascato denaro italiano per affermare il falso in sede processuale e accusare il suo connazionale, non essendo mai stato presente nel momento in cui è avvenuta la sparatoria fatale. D’altro canto la sua prima ricostruzione era stata smentita da numerose prove fattuali, ma solo ora i magistrati sembrano essere decisi ad andare al fondo della questione.

Nel frattempo Hashi ha scontato 17 anni di carcere per l’omicidio di Ilaria Alpi, nonostante in primo grado venne assolto, per poi essere condannato in appello e Cassazione. Come spiega il suo avvocato Douglas Dale, “in tutti questi anni avevamo la forte convinzione che in carcere fosse stato mandato un innocente, assolutamente estraneo a quell’agguato. Hashi Hassan, assolto in primo grado, tornò appositamente dall’Olanda per seguire il suo processo d’appello. Venne condannato e arrestato a fine udienza perché la Corte interpretò quella sua presenza in aula come un atto di sfida lanciato all’autorità giudiziaria italiana“.