Con l’aggettivo celibe si definisce una persona di sesso maschile che non è ammogliata, ovvero un uomo non sposato, non unito in matrimonio.

L’etimologia del termine è incerta: si ipotizza derivi dal sanscrito ‘kévalah’, che significa ‘solo’, oppure dal greco ‘koite’ (=letto nuziale) e ‘leipo’ (=mancante), ossia colui che è privo di talamo. La parola è tuttavia giunta a noi attraverso la forma latina ‘caelebs’, con cui i romani indicavano l’ uomo non ammogliato.

Sebbene nel parlato si preferiscano espressioni quali ‘scapolo’ o ‘single’, in diritto, lo stato civile di un uomo non sposato continua tutt’ oggi ad essere indicato con la parola celibe (la donna non sposata è invece detta nubile), che viene riportata sulla carta d’ identità alla voce ‘stato civile’. Il celibato è quindi la condizione personale del cittadino adulto precedente il matrimonio, pubblicamente dichiarata di fronte alla collettività e ufficialmente riconosciuta (nonchè registrata) dall’ amministrazione dello Stato. L’ analoga condizione della donna non sposata è detta nubilato.

Se ‘scapolo’ indica quindi un modo di essere e di vivere dell’ uomo non sposato, ‘celibe’ rappresenta uno stato: il vedovo, ad esempio, torna a vivere da scapolo, ma non può più dirsi celibe. Nonostante queste sottili sfumature di significato, sinonimi del termine possono essere considerati: scapolo, single, libero, non sposato e non coniugato. Contrari sono invece: sposato, ammogliato, coniugato, maritato, accasato.

Con particolare riferimento alla Chiesa cattolica, il celibato va infine ricollegato all’ obbligo di castità al quale i candidati al sacerdozio si impegnano con giuramento (celibato sacerdotale). Per quanto riguarda invece la Chiesa anglicana e le Chiese protestanti, queste non chiedono il celibato ai loro ministri del culto.