Cercavo Beethoven. Stavo cercando Ludwig in giro per casa , l’altra mattina. Fuori faceva freddo. Il cielo era sfacciatamente azzurro, e io mi sentivo di eroico umore. E appunto, cercavo “l’eroica” in giro per casa.

Tra Lady Gaga, Bublè, i “Queen”, un paio di “cafè del mar” (ammuffiti e stracolmi di tanghi e melodie conturbanti), e un numero non meglio definito di scartoffie illeggibili ho trovato non il Ludwig Van Beethoven, ma un impolverato Arthur Rubinstein che interpreta delicatamente un Frederic Chopin di altalenante umore.

La copertina del cofanetto ormai è sbiadita, e questo ce la dice lunga, ci ricorda senza troppi complimenti da quanto i “CD” , hanno preso il posto dei dischi. I bei ingombranti e appendibili dischi. A guardare questo cd in particolare si ha la sensazione nuda e cruda che sia passato un sacco di tempo: graffiato, opaco, vittima di traslochi e cadute rovinose da qualche scaffale traballante ormai dimenticato.

Ho messo nel computer il disco, e Chopin si è presentato alla porta della mia camera. E’ arrivato leggero ed elegante. Si è posato come un passero sulla mia testa e ora, mi fa compagnia.

Come al solito, caro lettore, il “Direttore” , ormai una creatura leggendaria temibile come la sfinge ed il mostro di Lochness, ha passato ore infinite a cercarmi e a tentare di convincermi a scrivere qualche scemenza mediamente convincente, per te. E  Come al solito ho considerato l’ipotesi di trattare finalmente il tema “Natale”, un meraviglioso tragi-comico argomento sempre verde e sempre uguale. I regali, le decorazioni che non devono essere come l’anno prima, la competizione mal celata, che parte al 24 di Dicembre tra sorelle, cugine, vicine di casa, portinaie e che porta a un principio di esaurimento nervoso e fisico di tutti i familiari testimoni e vittime di queste gare femminili di: cucina, decoupage, regalo più “bello e pensato” per la nonna, decorazioni alpine e studio ingegneristico delle tavole dedicate al temibilissimo pranzo del venticinque. Perché, non devo essere certo io a ricordarvi, che ormai il “pranzo” è diventato l’incubo, il nightmare, la pesadilla, l’obbligo morale di tutti: di quelli che tentano malamente di perdere peso, di quelli che odiano i ravioli in brodo e la cucina pesante, di quelli, che almeno a Natale, in realtà, vorrebbero stare soli ed a letto tutto il giorno, a farsi le coccole a suon di panettone e the ai frutti di bosco.

Quello che ormai mi avvilisce delle festività, non è il trambusto e il troppo rumore  fatto per una ricorrenza che a rigor di logica dovrebbe celebrare tutto fuorchè l’opulenza, no. Non sono i diciotto polli, i quattro pandori, ed i sedici kili di tortellini a sgomentarmi, ma la terrificante moda o nuova abitudine di fare gli auguri di natale via sms. Lo trovo orribile. Tuo zio che ti manda la mattina del 25 un bel “Auguri a te e ai tuoi cari dalla nostra famiglia”, la tua migliore amica che ti manda un messaggio catena di Sant’Antonio su whatsapp, e i tuoi ex che ti inoltrano per sbaglio gli auguri destinati a qualcun’altra.

Devo capirla questa nuova insana abitudine. Passino gli auguri di compleanno via sms. Ma da lì, abbiamo abbracciato anche tutte le altre feste nessuna esclusa: Pasqua, Capodanno, Natale. ”Buone feste a te e alla tua famiglia!”. Il McDonald’s dei sentimenti.

L’inizio del peggio, lo abbiamo toccato  quando il primo stronzo o la prima stronza hanno chiuso una relazione in ottanta caratteri. Questi due Adamo ed Eva dei noialtri,  questi precursori da prendere a sberle fino alla fine dei tempi. Comodo non guardarsi in faccia, non vedere il dolore formarsi negli occhi di qualcuno che hai protetto fino al giorno prima. E poi da lì, a macchia d’olio, in modo incontrollabile, l’abitudine di “annunciare” via messaggini si è allargata. Ha conquistato i confini del buon senso: “E’ nato mio figlio”, “Mi sposo”,”Vuoi sposarmi?”, “Tua nonna sta morendo”, ”Hai perso il lavoro”. Mah.

Sarò vecchia, triste e grigia, ma alzare il telefono e in segno di rispetto dedicare la tua voce a una notizia importante non mi sembra così svilente. Penserai che è un’ovvietà, caro lettore. E hai ragione. Mai mi trovasti così d’accordo, e so bene che tu sei una persona civilissima e disponibile a dare i grandi annunci al mondo mettendoci la faccia. Ma per molti, per troppi, questa ovvietà, questa nuova abitudine, è solo un’evoluzione del linguaggio, dei costumi. Una nuova forma di educazione. Coglioni e codardi ormai sono camuffati da “uomini moderni”: quelli connessi col mondo e sconnessi coi sentimenti e la fragilità degli altri. Agnelli travestiti da leoni, difficilmente scovabili nel marasma della quotidianità. Cose buffe. Cose che lasciano le vecchiette come me, quelle con Chopin sulla testa , che scuote la sua un po’ perplesso, disilluse , malinconiche e di pessimo umore. E che lascia le Coniglie come me comunque fiduciose, che il principe azzurro non sia un imbecille con un “aifon” e un’app, al posto del cervello. Ma uno dotato di lingua per dirti “Ti amo”.

photo credit: southtyrolean via photopin cc

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