È un’operazione complicata scrivere una biografia di Mario Monicelli (non per nulla questa è la prima volta che qualcuno si cimenta nell’impresa). Ricostruire la sua vita privata è come districarsi in un labirinto, tra le false tracce che negli anni ha seminato (a partire dal luogo e dalla data di nascita), e le sue idiosincrasie per tutto ciò che è autobiografico… E poi c’è da rappresentare una vita lunghissima (era nato a Roma il 16 maggio del 1915, ed è morto suicida gettandosi dal quinto piano del San Giovanni di Roma il 29 novembre 2010), in cui ha potuto osservare da vicino – o è stato testimone indiretto – degli eventi più importanti del Novecento italiano: due guerre mondiali, il ventennio fascista, la ricostruzione e poi il boom economico, le stragi, la strategia della tensione, il terrorismo, gli anni Ottanta, il ventennio berlusconiano

Una vita segnata dal cinema, perché per lui la settima arte è stata la sola grande passione della sua vita. Il cinema per lui è sempre arrivato prima di ogni altra cosa: amicizia, amore, qualsiasi persona o responsabilità… (lo dice spesso, ma non dovete credergli fino in fondo, perché il padre della commedia all’italiana era anche un gran bugiardo). Dai suoi esordi al Festival del cinema di Venezia I ragazzi di via Paal nel concorso per passoridottisti del 1935 al suo ultimo film del 2006 (Le Rose del Deserto) ha saputo rappresentare come nessuno l’Italia e gli italiani in oltre sessanta film ed un’ottantina di sceneggiature.

Se “Muoiono solo gli stronzi” riesca a rappresentare con efficacia i tanti aspetti di un uomo complesso lo diranno – forse – i lettori. Io mi limiterò ad aggiungere solo un’altra cosa: completa il testo un corposo inserto fotografico che ci restituisce il fascino di un’epoca in cui il cinema italiano era secondo solo a quello a stelle e strisce.

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