Un centinaio di studenti dell’istituto Sraffa di Brescia si sono rifiutati di entrare negli edifici scolastici dopo che si è diffusa la notizia di cinque casi di scabbia registrati in una classe del primo anno. E non si è trattato solo di una forma di prevenzione, ma anche di protesta nei confronti della preside, Maria Piovesan, rea (a detta degli studenti) di non averli informati. La dirigente scolastica è stata costretta a incontrare i rappresentanti d’istituto per riportare la calma nel corpo studentesco: “Ho saputo dei casi di scabbia giovedì 24 marzo, quando la scuola era chiusa per le festività. Ho chiamato la Asl per sapere il da farsi“, continua la preside, “e mi è stato spiegato che il rischio di contagio dura solo 72 ore e che dunque non c’era bisogno di diffondere la notizia, poiché tutto si sarebbe risolto prima del rientro degli studenti“.

La scabbia è una infestazione parassitaria causata da un acaro, il Sarcoptes Scabiei, che “scava” sotto la pelle dell’ospite causando un intenso prurito allergico. Il contagio avviene tramite contatto pelle-pelle o con oggetti a loro volta rimasti a contatto con l’individuo infetto (vestiti, lenzuola, etc). Si tratta di un’infestazione molto comune e non grave, anche se fastidiosa, che si può facilmente debellare in pochi giorni con l’applicazione di pomate specifiche; tuttavia, la sua fama di “malattia della sporcizia” acuisce il timore che provoca nelle persone.

Mercoledì scorso, quando sono riprese le lezioni, tre dottoresse dell’Asl si sono recate all’istituto Sraffa per spiegare alla classe dove si sono verificati i casi di scabbia per spiegare la profilassi da seguire. “Se l’avessi detto prima, avrei rischiato di scatenare una psicosi“, si giustifica la dirigente scolastica. “Invece non ci sono restrizioni e i ragazzi infetti potrebbero già tornare a scuola“. Ma, evidentemente, l’obiettivo di evitare la psicosi collettiva non è stato centrato: nonostante tutte le rassicurazioni del caso, oltre 100 studenti dell’istituto hanno deciso di non entrare a scuola.