Dai giornali alla tv.

Ad una valanga di articoli postati nel web.

Articoli buttati là, tanto per far crescere le visite.

Tutti a scrivere cosa è successo, qualche giorno fa, ad un km da casa mia, qui a Civitanova Marche.

Chi è del mestiere sa bene che questi giorni il tag “civitanova marche” ne porterà un sacco, di visite.

Ognuno ad esprimere il suo sacrosanto parere.

Giusto.

La rete nasce democratica ed così dovrebbe rimanere (dovrebbe, perché il primo blogger d’Italia, non facciamo nomi ma cognomi, Grillo, ha detto che c’è gente pagata per insultarlo nei commenti di ciò che scrive, quindi, neanche lui ci crede).

Ma questa è un’altra storia.

Io voglio solo far sentire una voce, la mia, che è quella di una ragazza nata e cresciuta in una delle realtà più dinamiche del centro Italia.

In una realtà che tutti, da fuori, ci invidiano e che è quella di miriadi di imprese che fanno squadra per creare calzature di eccellenza.

Faccio due nomi ricordando un ragazzo che un giorno mi ha chiesto se Valle Verde fosse il brand dei Della Valle (ho ancora tanto da lavorare).

Tod’s, Loriblu, Paciotti, Alberto Guardiani, Fabi, Bikkembergs, Fornarina sono solo un puntino in un territorio disseminato di aziende che hanno in sé un know how inimmaginabile.

Eccellenze di cui sono sempre andata orgogliosa tanto che mi hanno dovuto creare una rubrica apposita tutta per me, in Leonardo.

Titolo? Ovvio: “shoes fever“.

Qualche giorno fa ho fatto un giro proprio all’interno della zona dove ci sono tutte queste aziende perché ogni giorno sento che c’è una ditta che chiude e gente che rimane a casa.

Beh, posso dirvi di essere passata attraverso un deserto.

No, forse non ho utilizzato il termine giusto.

Perché nel deserto, oltre alla sabbia non c’è nulla.

Qui, invece, tempo fa c’erano scarpe che partivano per tutte le destinazioni: un formicaio iperattivo di gente che, senza mai alzare la testa, lavorava sodo.

Perché è così che sono i marchigiani: lavoratori.

A testa bassa, però, e con una dignità e silenzio che pochi sanno avere (e lo hanno dimostrato i poveri Romeo e Anna Maria nella loro tragedia).

Il paesaggio che ho visto è stato quello di un totale abbandono: capannoni in disuso, cartelli con la scritta “vendesi”, attrezzature arrugginite.

Le uniche forme di vita: cani. Forse randagi, non lo so.

Desolazione.

Totale.

Cari Romeo, Anna Maria e Giuseppe, nel dolore incredibile che provo, vi ringrazio perché se non ci foste stati voi forse non avrei mai scritto questo articolo.

Forse, non avrei mai avuto il coraggio di dire che, se le cose non cambiano, se i politici non tirano fuori leggi, il paesaggio che si è presentato davanti ai miei occhi è destinato a rimanere così, a non ripopolarsi.

La “ridente regione” dove si vive bene, si mangia ancora meglio, dove ci sono mare e montagna a portata di mano e dove c’è (anzi c’era) il distretto calzaturiero più laborioso d’Italia, è destinata a scomparire.

E’ destinata a divenire terra da cui scappare, perché non c’è più lavoro (almeno nella mia zona, le calzature davano da mangiare al 70% delle famiglie).

Il know how delle persone che hanno fondato queste aziende, degli anziani che hanno lavorato una vita dietro all’amore per una calzatura ben fatta, ecco, anche quello è destinato a scomparire.

Se tutto chiude, se tutto è abbandonato, chi glielo insegna alle nuove generazioni come si fa una scarpa??

Perché, cari politici che dite il contrario, le nuove generazioni hanno tanta voglia di fare, di lavorare, di far crescere il lavoro dei propri genitori.

Ma se le aziende chiudono, non posso dar torto a tutti questi giovani che se se ne vanno.

Quelle poche realtà che stanno reggendo a tutta questa situazione hanno una parte di produzione (se non tutta) delocalizzata.

Davvero pensiamo che la delocalizzazione sia il futuro dell’economia marchigiana??

Davvero pensiamo che schiere di lavoratori di Paesi meno sviluppati del nostro (anche noi ci stiamo dando da fare per scendere nella classifica) sappiano fare un prodotto migliore di quello che potrebbe creare la manualità e l’esperienza unica di un marchigiano??

Io posso continuare a scrivere quanto mi pare nella mia rubrica “shoes fever“, ma il tragico episodio di qualche giorno fa è solo la punta di un iceberg che prima o poi esploderà.

E lì, davvero, non avrò più niente da raccontare, da elogiare.

E a chi mi chiederà, come molte persone fanno adesso, di cosa parlo nei miei articoli, non risponderò più che il mio desiderio è quello di far conoscere le aziende “super fighissime” che ci sono qua, a due passi da casa.

Risponderò, forse anche seccata, che, se il titolo della pagina è Leo Fashion, io non posso certo parlare di tecnologia.

R.I.P. Romeo, Anna Maria e Giuseppe.