Il piccolissimo paese di Lazarat, in Albania (230 km a sud di Tirana), è stato fino a poco tempo fa uno dei più grandi produttori di marijuana, tanto da essere noto anche come la capitale della marijuana: si stima che nel comune (che conta circa 3 mila abitanti) si producessero liberamente e senza alcun controllo circa 900 tonnellate di cannabis all’anno, per un giro complessivo di 4,5 miliardi di euro.

Un business da mille e una notte, dunque, iniziato negli anni Novanta e a cui il governo albanese ha posto fine soltanto nel mese di giugno scorso, quando il primo ministro, Edi Rama, ha ordinato la distruzione delle piantagioni. Lazarat era una sorta di fortino, in cui alle forze dell’ordine non era permesso entrare; uno Stato a sé stante, in cui dietro le alte mura che difendevano le case, si produceva la droga che poi giungeva in tutta Europa, Italia compresa.

Le operazioni di distruzione e “bonificazione” sono state portate avanti per giorni: ottocento agenti dei reparti speciali e due battaglioni dell’esercito hanno bruciato i 319 ettari di terreno interessato dalle coltivazioni, hanno sequestrato armi e dieci tonnellate di marijuana e proceduto al fermo di 56 persone coinvolte nella produzione e nel traffico degli stupefacenti. Il blitz portato avanti dal governo albanese ha dato i suoi frutti: oggi a Lazarat la situazione è completamente mutata e la produzione di cannabis è stata fermata in modo definitivo.

Proprio due giorni fa il Ministro degli Interni albanese, Tahiri, e l’ambasciatore della Gran Bretagna hanno fatto visita nel comune: scopo della loro presenza è stato quello di appurare dal vivo i risultati del blitz avvenuto nei mesi scorsi nonché di esplorare le possibilità di sviluppo del territorio attraverso le attività economiche legali.

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