I lavoratori autonomi italiani più poveri sono i commercianti. È quanto emerge dai redditi dichiarati per gli studi di settore, arrivando a cifre davvero minime come i 5 mila euro annui del settore pesca e cure termali.

Non sorprende, invece, la categoria dei “paperoni”: i notai, con un reddito medio di 244 mila euro all’anno sono i primi della classifica, a seguire ci sono le farmacie con 116 mila euro e altri professionisti, come commercialisti e consulenti finanziari.

Questa sarà l’ultima statistica degli studi di settore perché, a partire dal prossimo anno, il Ministero dell’economia sostituirà questo strumento con nuovi indici di affidabilità fiscale. Se da un lato abbiamo diversi evasori fiscali proprio fra le categoria che rientrano negli studi di settore, dall’altra parte c’è un esercito di giovani imprenditori o microimprenditori.

Con l’introduzione dei regimi forfettari (che non sono soggetti a studi di settore) e il conseguente calo degli studi di settore, c’è però stato un inatteso incremento dello 0,8% del PIL nell’anno di imposta 2015 con un reddito totale dichiarato pari a 107 miliardi (+5,3% rispetto al 2014).

In cima alla classifica troviamo dunque i professionisti con un reddito medio di 44 mila euro, settore manifatturiero e servizi rispettivamente 37.440 euro e 27.510 euro a metà “classifica”, mentre i commercianti sono il fanalino di coda con un reddito pari a 22.500 euro all’anno, con alcuni casi come estetisti, corniciai e calzolai che sfiorano i 10 mila euro all’anno.