Il Mapic ha scelto l’Italia come ospite d’onore della 17^ edizione: un paradosso in tempo di crisi, ma è una questione di credibilità.

Al Palais des Festivals di Cannes anche quest’anno si svolgerà la tre giorni del salone internazionale dell’immobiliare commerciale. Tema principale delle conversazioni fra gli investitori accreditati sarà certamente la tenuta del sistema Italia e l’appetibilità del nostro Paese.

Sembra che l’interesse verso il settore e il suo stato di salute sono evidentemente più solidi di quello che dice la reputazione del nostro Paese in questo momento, anche se il numero di players stranieri si è progressivamente e sensibilmente ridotto. Fra i nomi che restano sulla piazza italiana l’australiana Westfield che ha annunciato a metà agosto lo sviluppo del progetto Westfield Milan: 115 milioni di investimento per uno dei più grossi centri commerciali europei che sorgerà a Linate, nei dintorni di Milano.

Il mercato del mattone italiano è sempre più dominato da players nazionali, ma nei primi nove mesi di quest’anno i volumi di investimento sono aumentati del 7% e arrivati a quota 3,2 miliardi e di cui 1,8 miliardi transati nel segmento retail. Oggi gli investimenti nel retail, ma anche negli altri segmenti in cui si articola il real estate, più che mai puntano su immobili a basso profilo di rischio, con rapporto prezzo rendimento interessante e solo location di qualità nelle aree più importanti.

Quindi, prezzi più bassi degli immobili per ritrovare un equilibrio tra rendimento/rischio e rilanciare il volume degli investimenti, a partire dai fondi opportunistici, che in Italia in passato hanno fatto ottimi affari e che ora si tengono alla larga, proprio per il rapporto svantaggioso tra costi e ritorni. Più difficile invece attirare i fondi pensione internazionali o i fondi sovrani, con grosse quantità di equity e per questo a caccia di asset molto importanti, piuttosto rari come tipologia di investimento nel nostro Paese.

Secondo Massimo Saporito, capo della divisione Investment di Colliers International Italia, gli stranieri non sono scappati, ma sono semplicemente in attesa, pronti a farsi avanti appena le operazioni torneranno appetibili. Quindi credibilità, nuove valutazioni e il solito motivo dall’inizio della crisi nel 2008: l’accesso al credito e la leva finanziaria. Il fatto è che le banche in Italia non finanziano più del 50% del costo di un’acquisizione e questo per molti operatori rappresenta un grosso ostacolo.