Siamo abituati alla denuncia di casi di assenteismo sul lavoro, ma forse mai avremmo potuto pensare a vicende del genere collegate ad agenti della Polizia. La storia risale al 2008 quando ben ventidue agenti della squadra mobile di Rovigo erano stato accusati di truffa e di falso perchè, invece di svolgere di notte il loro lavoro di pattuglia in città, si dedicavano a tranquille pennichelle nelle auto di servizio o addirittura negli uffici. I furbetti, se contatti all’Autoradio, giustificavano il silenzio affermando che il motore dell’auto non si sentiva perchè procedevano molto lentamente, ma il Gps li ha rintracciati ed incastrati.

Il 7 novembre scorso la Corte di Appello di Venezia aveva inflitto ai poliziotti indagati pene dai dieci mesi a due anni e sette mesi di reclusione e, in questi giorni, il verdetto della Cassazione è stato depositato. Nonostante fossero stati colti in flagrante, gli avvocati degli agenti hanno utilizzato in tribunale linee difensive davvero assurde che di certo non hanno aiutato la loro posizione. Alcuni, ad esempio, hanno parlato di violazione della privacy sostenendo il fatto che per effettuare intercettazioni delle auto di servizio era necessario avere il permesso dei sindacati di categoria. Altri, addirittura, sono arrivati ad accusare il capo della stessa mobile e il questore Amalia Di Ruocco perchè, durante le indagini, non hanno comunicato agli indagati stessi la notizia della truffa che stavano monitorando. Una linea difensiva assurda, così come specificato dai giudici della sentenza:

“È evidente che tanto il capo della squadra mobile, quanto il questore, stavano adempiendo al loro dovere in virtù della delega conferita dal pm. Diversamente ragionando, anche lo stesso sostituto procuratore avrebbe dovuto essere iscritto nel registro degli indagati in quanto concorrente nei delitti sui quali stava svolgendo attività di indagine, o come favoreggiatore degli stessi: l’assunto sarebbe grave, se non fosse assurdo”.