Le previsioni di Confindustria in merito alla ripresa economica sembrano incoraggianti, per quanto nelle analisi dell’associazione degli industriali non manchino sottolineature di criticità.

Partiamo dai dati positivi raccolti dal Centro studi di viale dell’Astronomia, secondo il quale il 2017 andrà a chiudersi con una crescita del Pil dell’1,5%, una stima condivisa anche dal Tesoro: cifre che dovrebbero portare all’aggiornamento del Def da parte del governo.

Ma non basta, perché secondo Confindustria “queste previsioni potrebbero rivelarsi prudenti” in vista di una Legge di Bilancio che potrebbe favorire la crescita.

Tuttavia i numeri parlano di livelli che sono ancora inferiori rispetto al 2008, ovvero prima della crisi. Per quanto il 2018 possa pareggiare quanto perduto nel triennio 2011 – 2013, il Pil rimarrà comunque inferiore del 4,7% rispetto a 10 anni prima. Stesso discorso per il differenziale rispetto all’Europa, per quanto in miglioramento: nel 2017 sarà allo 0,8%, la metà circa dell’1,5% del 2015.

Trend positivo anche per il lavoro, ma non senza ombre. Nel 2017 l’occupazione aumenterà dell’1,1% e l’anno successivo 2018 dell’1%, per un totale di 500mila posti in più. Rimangono però 7,7 milioni di persone prive di impiego, del tutto o solo in parte.

Tra questi sopratutto i giovani. La disoccupazione in questa fascia d’età “sta producendo gravi conseguenze permanenti sulla società e sull’economia dell’Italia, sotto forma di depauperamento de capitale sociale e del capitale umano”. Rispetto all’Eurozona la media è superiore di 10 – 17 punti percentuali, a seconda della specifica fascia.

Nel 2016 quasi un sesto dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni era occupato: poco meno della metà in Germania, al 45,7%, e quasi un terzo nella media dell’Eurozona, al 31,2%.

La situazione viene definita “una emergenza” e “doppio spreco per il Paese” che “si traduce in abbassamento del potenziale di crescita” e “vanifica in parte il potenziale delle riforme strutturali faticosamente realizzate”.

Tra i tanti fenomeni collaterali c’è la fuga all’estero, uno svantaggio che viene stimato intorno al punto di Pil perso all’anno, intorno ai 14 miliardi di euro. Tra il 2008 e il 2015 il fenomeno è più che raddoppiato, coinvolgendo 51mila persone dai 21mila emigrati under 40 che erano prima dell’avvento della crisi.