Si va sempre più incrinando la posizione di Gianpaolo Scafarto, il capitano del Noe che ha portato avanti l’inchiesta Consip.

Alcuni messaggi di Whatsapp rivolto ai suoi collaboratori mostrano infatti come l’inesistenza di contatti fra Tiziano Renzi e Alfredo Romeo fosse già nota al militare prima dell’esito delle indagini.

Su questi dati si è concentrato l’interrogatorio sostenuto dal capitano, ascoltato dal procuratore capo Giuseppe Pignatone, dall’aggiunto Paolo Ielo e dal sostituto Mario Palazzi. L’accusa rivolta a Scafarto è quella di falso, e più nello specifico l’aver attribuito una frase di Italo Bocchino – “Renzi, l’ultima volta che l’ho incontrato” – a Romeo, punto nodale di tutto l’impianto accusatorio.

Scafarto sostiene essersi trattato di un errore venale, ma risultano ben due differenti verifiche sollecitate ed effettuate dai suoi collaboratori in merito all’identità di colui che pronunciò la frase, che avrebbero dato sempre lo stesso esito. “Remo, per favore, riascoltala subito. Questo passaggio è vitale per arrestare Tiziano. Grazie. Attendo trascrizione“: questo il messaggio che inchioderebbe definitivamente Scafarto alle sue responsabilità.

Accertamenti di cui però il militare non avrebbe tenuto conto nella redazione dell’informativa, in cui si accusa piuttosto esplicitamente il padre di Matteo Renzi. Nel documento si legge infatti che “Questa frase assume straordinario valore e consente di inchiodare alle sue responsabilità il Tiziano Renzi in quanto dimostra che effettivamente il Romeo ed il Renzi si sono incontrati, atteso che il Romeo ha sempre cercato di conoscere Matteo Renzi senza però riuscirvi”.