Prima della conferenza sul clima di Parigi – la Cop 21 – pochi avrebbero scommesso su un risultato simile: i delegati di 195 paesi hanno accolto con un interminabile applauso con cui si intende bloccare la crescita della temperatura “ben al di sotto dei 2 gradi” rispetto all’era preindustriale e si deve fare tutto lo sforzo possibile per non superare gli 1,5 gradi. Un altro punto importante dell’accordo prevede che i paesi industrializzati alimentino un fondo di 100 miliardi di dollari. Dovrà partire dal 2012, e prevede un meccanismo di crescita programmata che avrà come obiettivo il trasferimento di tecnologie pulite per permettere il salto verso la green economy ai paesi che non hanno le risorse finanziarie per fare questo balzo.

Un altro punto forte dell’accordo è che viene previsto un processo progressivo di rafforzamento degli obiettivi di riduzione della CO2. La prima revisione degli obiettivi dovrebbe arrivare nel 2023 e poi ce ne dovrebbe essere una ogni cinque anni. C’è infine il riferimento ad un carbon budget, ovvero ogni paese avrà una quota di carbonio da poter immettere nell’atmosfera bruciando combustibili fossili e deforestando - complessivamente sarà necessario di un terzo.

L’accordo di Parigi entrerà in vigore appena sarà ratificato da almeno 55 paesi responsabili di almeno il 55% delle emissioni. Dell’accordo non fanno ancora parte i contenuti operativi. Come lo stesso accordo ammette, con i tagli di CO2 che finora i governi hanno messo in campo si va verso un aumento di temperatura sui 3 gradi – che avrebbe risultati devastanti. L’obiettivo del Cop 21 dovrebbe essere quello di arrivare – in un periodo compreso tra il 2020 e il 2030 – al picco delle emissioni per poi farle ridurre rapidamente. Si vorrebbe arrivare verso la metà del secolo alla cosiddetta carbon neutrality, ovvero un sistema produttivo in cui viene ridotto o azzerato il consumo di combustibili fossili per fare spazio alle fonti rinnovabili, l’efficienza energetica ed il recupero dei materiali.