Serendipity (in italiano serendipità) è un neologismo coniato dallo scrittore inglese Horace Walpole e derivante da “serendip”, antico nome dell’isola di Ceylon, l’odierno Srī Lanka. Il termine fu usato per la prima volta in una lettera scritta il 28 gennaio 1754 da Walpole e indirizzata all’amico Horace Mann, che viveva a Firenze. Coniando il termine, Horace Walpole fu ispirato dalla lettura della fiaba persiana “Tre prìncipi di Serendippo“, di Cristoforo Armeno, nel cui racconto i protagonisti trovano sul loro cammino una serie di indizi, che li salvano in più di un’occasione: scoperte che vengono descritte come intuizioni dovute al caso, ma anche allo spirito acuto e alla capacità di osservazione.

Una prima definizione del fenomeno venne quindi fornita dal fisiologo Walter Bradford Cannon, che descrisse la serendipità  come “facoltà di trovare le prove a sostegno di un’ipotesi in modo del tutto inaspettato, o la capacità di scoprire nuovi fenomeni o relazioni tra fenomeni diversi senza avere avuto l’esplicita intenzione di scoprirli”.

Serendipity indica dunque la capacità di fare scoperte inaspettate, mentre si sta cercando qualcosa di totalmente diverso; lo scoprire qualcosa di inatteso e importante che non ha nulla a che vedere con quanto ci si proponeva o si pensava di trovare, ma anche l’attitudine a cogliere e interpretare correttamente un fatto rilevante che si presenta in modo inatteso e casuale. Il termine racchiude quindi una doppia valenza: indica la scoperta fortunosa di qualcosa, mentre se ne sta cercando un’altra, ma al contempo anche la capacità di cogliere quell’indizio che porterà alla scoperta e che dunque non è solo dettata dal caso e dalla fortuna.

Oltre ad essere spesso indicata come elemento essenziale nell’avanzamento della ricerca scientifica (scoperte importanti spesso avvengono mentre si cerca altro), la serendipità può quindi essere vista anche come atteggiamento. A tal proposito, interessante risulta il lavoro effettuato da alcuni ricercatori della Sapienza di Roma, coordinati dal docente di Neuropsicologia Fabrizio Doricchi, secondo i quali la serendipity dipenderebbe da un meccanismo cerebrale che potenzia l’osservazione cosciente. Secondo il team, la capacità di elaborare coscientemente degli stimoli visivi aumenterebbe infatti nel momento in cui l’osservazione attiva del mondo esterno non è guidata da aspettative probabilistiche e temporali rigidamente definite. “La serendipità sembra quindi prodursi – ha spiegato Doricchi – quando l’attenzione di un osservatore attivo non è strettamente focalizzata su ciò che, in base all’esperienza di eventi passati coscientemente percepiti, ci si aspetta di osservare in futuro”.

Giunto alla ribalta con l’uscita del film del 2001 “Serendipity – Quando l’amore è magia”( commedia romantica con John Cusack e Kate Beckinsale), la serendipity ha tuttavia giocato un ruolo di estrema importanza nella storia dell’umanità, conducendo a scoperte rivoluzionarie quali l’America da parte di Cristoforo Colombo (che in realtà cercava le Indie); la penicillina da parte di Alexander Fleming (causa una errata disinfezione di un provino) e i riflessi condizionati dei cani di Pavlov (che stava invece conducendo ricerche sulla salivazione di questi ultimi).