Mi dice il Direttore che devo scrivere un pezzo sulla fine del mondo. Io, che ho fatto già fatica ad accettare la fine di Twin Peaks, alle prese con le spaventose immagini dell’Apocalisse, la distruzione del pianeta e la conseguente estinzione di ogni forma di vita, Andreotti e testuggini comprese. Io detesto gli addii, gli rispondo. Non li reggo. Non sono nemmeno in grado di salutare i miei amici prima delle vacanze: mi dileguo senza avvisare nessuno alla velocità di un tachione, a volte travestito da idrante per non farmi riconoscere. Poi, blandito come solo le parole “soldi” e “scordateli” sanno fare, ho deciso di mettermi al lavoro.

Cosa farei, se fossi alla vigilia dell’ultimo giorno del mondo? E, più precisamente, se fossi il solo a conoscenza della prossima Fine dei Tempi? A parte qualche progetto criminoso, probabilmente cercherei di togliermi alcuni sfizi che mi rosicchiano da anni. Ma devo tener presente che ho solo 24 ore: non posso tornare nella Monument Valley, né imparare il cantonese, né impersonare Stavrogin in una rilettura kabuki de “I demoni”. Non ho tempo! Solo cose rapide e, qualora possibile, incruente. Impugnato il Ventolin per oppormi alla chiusura dei bronchi, ho provato a immaginare la mia ultima giornata sulla Terra.

06:00: mi sono licenziato e ho puntato la sveglia presto, per godermi al meglio l’ultimo giro di giostra. La sveglia suona, io mi ricordo solo che oggi non si lavora e le sparo

10:04: mi sveglio di soprassalto, imprecando come un idraulico contro me stesso per aver sprecato ben quattro ore del mio ultimo giorno come creatura respirante

10:08: accendo il pc

10:17: cancello la cronologia

10:33: entro nel mio solito bar e ordino un cappuccino e una brioche. Sbarazzandomi di anni di convenzioni sociali, intingo il croissant nel cappuccino e lo azzanno con foga giusto a metà, lordando di marmellata il naso della barista. Mi sento positivo e pieno di energia

10:50: telefono a Carlotta, la mia ex convivente, e le chiedo un incontro, fingendomi un principe del foro che vuole offrirle un posto nel suo prestigioso studio legale

10:51: mi ha riconosciuto alla prima sillaba e mi denuncia per stalking. Io mi appello al primo emendamento e lei, ammirata, mi concede udienza per pranzo

11:21: chiamo Lilli e le dico che, per la prima volta dopo mesi, non pranzeremo insieme. Lei abbassa il tono della voce e, simulando indifferenza come solo una donna infuriata sa fare, mi vomita addosso accuse che vanno dal menefreghismo, alla negligenza, all’egoismo, per finire alla falsa testimonianza; passando, mi pare di capire, per l’abbandono di minore (in effetti ha 17 anni). Metto giù e mi accorgo di essere felice

11:48: passo a salutare i miei genitori, che approfittano dell’occasione per farmi un rendiconto di quanto gli sono costato da quando ero una cellula-uovo fino a ieri pomeriggio. Mi cavo d’impaccio con stile e, citando distrattamente Pietro Maso, ottengo un sostanzioso richiamo di mancia

12:55: vado al ristorante per incontrare Carlotta. Mentre ripulisce un set di costine con la scrupolosità di un lupo, le confesso di essere ancora innamorato di lei e amaramente pentito per averla lasciata. Lei ride. Allora le dico che non è vero e che ho solo bisogno di un altro prestito. Lei smette di ridere. Io le rovescio in testa la pepiera e la lascio lì a pagare il conto

14:21: torno a casa a farmi un caffè. Accendo il pc e inizio a mandare email minatorie a tutte quelle che non hanno mai accettato la mia amicizia su Facebook. Poi passo ai “mi piace” alle foto in costume delle amiche di Lilli

14:36: cancello la cronologia

15:13: mi ricordo dei bei tempi della disoccupazione e di quando, in primavera, mi piaceva andare al parco, sedermi su una panchina e guardare fisso le vecchiette

15:35: vado al parco e mi metto a guardare fisso le vecchiette. Solo che è dicembre, sta nevicando e una di loro non è una vecchietta, ma Lilli. Dimostrando una preoccupante carenza di sportività, mi tiene la testa sotto la neve finché non accetto di portarla a comprare i regali di Natale

17:21: sono intruppato sulle scale mobili di un centro commerciale a tre piani, e in questo momento sto fantasticando di come i festoni natalizi possano all’occasione essere impiegati come una rudimentale garrota. Malinconia

18:39: Lilli vuole trascinarmi in una profumeria, ma io simulo un attacco di ittiosi e ottengo dieci minuti di pausa solitaria. Mentre è impegnata a passarsi sotto il naso un campioncino-omaggio dopo l’altro, con le movenze di un flautista di Pan, io sono seduto sulla panchina e guardo fisso le vecchiette. Una di queste si avvicina agitando un cotechino confezionato, io le scaglio addosso le buste piene di pacchi infiocchettati e me la do a gambe

19:11: manca poco tempo e mi rendo conto di non averne abbastanza per completare tutto l’elenco di vendette personali, non prima di cena almeno. Rinuncio all’idea di rivalermi su Nicola, un mio coetaneo che mi guastò l’infanzia schiacciandomi ogni mattina la Girella sotto i piedi, e mi dirigo al pub per un aperitivo con gli amici

21:34: sono accovacciato vicino al biliardo, cercando di ridimensionare con nonchalance gli effetti di una scivolata che, in effetti, mi ha guadagnato un bozzo sulla testa dalla conformazione di un satellite naturale, senza considerare il fatto che per qualche minuto ho creduto di essere Grimilde

22:01: un attimo di scoramento quando ripenso a tutto quanto ho lasciato incompiuto. Non ho chiesto scusa a mia sorella per averle mangiato tutti gli orsetti gommosi. Non ho disegnato peni sul parabrezza del BMW del mio vecchio capo. Non ho detto ai miei che, morendo prima di loro, non dovranno aver preoccupazioni per l’eredità. Non ho lasciato a Lilli i soldi per il taxi

22:07: è troppo difficile dire addio ai miei amici, così scappo via dal locale senza dare nell’occhio, questa volta travestito da filosofo da bancone

22:21: accendo il pc e trovo un’email del Direttore che mi ordina di inviargli il pezzo sulla fine del mondo entro mezzanotte, dimostrandomi di ricordare con sorprendente precisione l’indirizzo dell’asilo dove vanno i miei nipoti

23:37: trascorro la mia ultima ora di vita scrivendo un pezzo sulla fine del mondo, in un incrocio di specchi che avrebbe fatto invidia alla copertina di Ummagumma. Spengo il pc

23:46: guardo fuori dalla finestra, ripenso alle inconcepibili dimensioni del cosmo, all’infinità varietà del possibile e al motivo per cui tocca proprio a me morire, quando c’è ancora in giro tanta gente con cartelle esattoriali più robuste delle mie. Lacrime sgorgano dagli occhi spalancati e capisco che non ci sono quasi più granelli nella clessidra

23:50: accendo il pc

23:59: cancello la cronologia