C’erano una volta marchi del settore agroalimentare che tutto il mondo ci invidiava: oggi, quei brand, preferiscono la liquidità che chiudere, e così si vendono (o svendono) ad investitori esteri.

Orzo Bimbo, il Chianti Gallo Nero,Parmalat, Star; e ancora Riso Scotti,  Eridania, Parmigiano Reggiano e Grana Padano, Gancia, Fiorucci, Carapelli, Locatelli; e poi San Pellegrino, Peroni, Antica Gelateria del Corso, Buitoni, Perugina, Invernizzi sono solo alcuni dei nomi che in tempi di crisi hanno venduto quote di società.

La situazione è sempre più critica e il Made in Italy ancora attira, ecco perché aziende come gli spumanti Gancia hanno preferito cedere il 70% all’oligarca russo Rustam Tariko,o come i Salumifici Rigamonti in mano a brasiliani e la modenese ItalPizza è passata agli inglesi. La multinazionale svizzera Nestlè si è comprata i marchi Locatelli, San Pellegrino, Antica gelateria del Corso, Buitoni e Perugina, mentre Parmalat, Eridania, Orzo Bimbo, Galbani, le Fattorie Scaldasole, Invernizzi, Parmigiano Reggiano e Grana Padano, e Boschetti Alimentare Spa sono in mano ai francesi.

Cosa porterà tutto questo? Innanzitutto a una delocalizzazione degli stabilimenti, magari non immediata: quindi ulteriore perdita di posti di lavoro per il nostro Bel Paese. In tutto le multinazionali di settore hanno messo la mani su un patrimonio di 210 miliardi di euro l’anno. Alcune acquisizioni sono sotto la lente di ingrandimento: da dove provengono certi soldi? Cosa c’è dietro a certe operazioni?

La politica in tutto ciò non sta muovendo un dito: così, l’estero fa shopping nella nostra Italia portandoci via uno dei settori che ha resistito anche alle crisi più feroci nel corso degli anni, portandoci via il nostro biglietto da visita, lasciandoci, ancora una volta, orfani di ciò che abbiamo creato e portato nel mondo, e che, fino ad oggi, ci ha distinto. Goodbye Made in Italy.

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